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@Gianluigi Granero

Author: Gianluigi Granero (Page 1 of 3)

Montrieux le Vieux (VAR -Fr) aprile 2019

Le Coopératives d’Activité et d’Emploi, dalla Francia un modello per sostenere (davvero) i giovani disoccupati.

Orientamento, formazione e accompagnamento alla creazione d’impresa. Questo fanno in Francia le Coopératives d’Activité et d’Emploi (cooperative d’impresa e occupazione), che sembrano rappresentare un modello che funziona e ottiene risultati concreti. Ne parliamo con Rémi Bellia, responsabile del settore economia blu della Cooperativa Petra Maritima che opera nella regione di Marsiglia.

 

In Italia da tempo si discute e si susseguono riforme delle politiche attive per il lavoro, ma un modello prevalentemente pubblico non ha ottenuto risultati apprezzabili. A questo fanno eccezione le cooperative sociali d’inserimento lavorativo che, unendo sgravi contributivi per i soci appartenenti a categorie “svantaggiate” con presenza sul mercato, sono l’unica vera risposta all’occupazione di questa categoria di cittadini. Un esempio francese con alcune analogie, ma esteso a tutti coloro che sono in cerca di occupazione sembra offrire una possibile risposta che penso meriti una riflessione e una discussione.

Il modello sono le CAE, acronimo di Coopératives d’Activité et d’Emploi, che uniscono attività di orientamento, formazione e accompagnamento alla creazione d’impresa per disoccupati. Svolgono una vera e propria attività d’impresa all’interno di una cooperativa che funge anche da service amministrativo, formazione, accompagnamento agli spin off e accelerazione di idee imprenditoriali. Il non occupato che ne fruisce viene orientato, accompagnato allo sviluppo di una propria idea di business che potrà sviluppare come socio della cooperativa e dopo un periodo di sperimentazione decidere se proseguire in modo autonomo, avvalendosi o meno dei servizi amministrativi della cooperativa.

Una forma d’intervento di politiche attive del lavoro che riunisce interventi che nel nostro Paese, pur presenti, non trovano un disegno unitario come quello che mi pare di poter cogliere nell’esperienza francese.

Ne ho sentito parlare per la prima volta alcuni anni fa da Rémi Bellia, che lavora da tempo in una CAE e ne conosce bene il funzionamento e lo sviluppo, in occasione di una nostra visita in Francia per un progetto sulle cooperative di comunità (Me.Co. Mentoring e Comunità per lo Sviluppo Sostenibile). Il progetto è andato avanti e ha dato buoni frutti, ma come a volte capita alcuni stimoli nati in modo quasi casuale, come in quella piacevolissima cena in cui ci raccontavamo le diverse esperienze e provavamo a capire cosa potevamo cogliere gli uni dagli altri, restano nella nostra mente ed ogni tanto riemergono come idee su cui provare a lavorare. E’ questo forse il risultato più importante di un parternariato tra cooperatori.

Aprile 2019 - Montreaux le Vieux (VAR - Fr) Con il sottoscritto Rémi Bellia e Roberto La Marca

Aprile 2019 – Montreaux le Vieux (VAR – Fr)
Con Rémi Bellia e Roberto La Marca

Rémi – che ringrazio per la cortese disponibilità e con il quale mi scuso se la qualità della mia traduzione avesse in parte travisato il suo pensiero – ha accettato di rispondere ad alcune domande per raccontarci la sua esperienza e aiutarci ad aprire una riflessione su la capacità dell’welfare di essere sia protezione (necessaria) sia abilitazione per promuovere sviluppo e progetti di vita.

La Coopérative d’Activité et d’Emploi in cui operi di cosa si occupa?

Petra Patrimonia è una CAE che è stata fondata dieci anni fa. La sua missione, prevista dalle norme francesi per il supporto alla creazione d’impresa e all’occupazione, è accompagnare i proponenti di progetti per la creazione d’impresa nel verificarne la fattibilità e garantirne le chance di successo. In effetti creare un’impresa richiede due qualità: essere un imprenditore e essere un esperto nel settore di mercato del prodotto o servizio proposto. In Francia più del 50% delle imprese non superano il terzo anno dalla fondazione. Petra Patrimonia si è poco a poco specializzata in alcuni settori al fine di rispondere in modo specifico ai presentatori dei progetti. Prima con la creazione di un settore per i mestieri delle costruzioni, poi quelli dell’economia verde (lavoro agricolo), e nel 2017 è stato creato un settore marittimo, Petra Maritima, al fine di rispondere alla sfida della crescita dell’economia blu e permettere la creazione di nuove imprese e favorire l’innovazione in questo settore. Da allora mi occupo dello sviluppo di questo settore nel mediterraneo francese e nei territori d’Oltre Mare (Guadalupa).

Quanto sono diffuse le CAE in Francia?

Le CAE esistono dal 1996 e sono molto diffuse in tutta la Francia. Numerose sono specializzate nei settori delle costruzioni, agricoltura, come Petra Patrimonia, ma anche nei settori dell’assistenza alla persona, nei mestieri del web e dell’informatica, dello spettacolo e dell’assistenza ai giovani di meno di trent’anni. Petra Maritima è l’unica CAE dedicata ai mestieri dell’economia blu.

Potresti definirle uno strumento efficace?

Il contratto di Supporto ai Progetti d’Impresa è “l’attrezzo” che permette di accompagnare i presentatori di progetti sotto l’ombrello delle cooperative. Questo contratto creato nel 2003, offre la possibilità a coloro che cercano lavoro e a tutte le persone non occupate a tempo pieno di beneficiare di un accompagnamento, all’interno di una CAE, per creare la propria impresa pur mantenendo tutte le tutele sociali del percorso per trovare un lavoro (indennità di disoccupazione). Questo contratto è anche riconosciuto come un modo di trovare occupazione attraverso i Centri per l’Impiego (strumento di Stato di accompagnamento e assistenza per chi cerca lavoro). In questo modo i titolari del progetto, beneficiando di un’assicurazione professionale e di una copertura per gli infortuni sul lavoro, possono impegnarsi completamente allo sviluppo della loro idea imprenditoriale per massimizzare i risultati fino a raggiungere il pareggio di bilancio. A partire da questo momento possono creare la loro impresa e volare con le proprie ali o restare (senza obblighi) all’interno della cooperativa e diventare soci lavoratori della cooperativa (imprenditori salariati cooperativi). Imprenditori e dipendenti, beneficiano di tutte le coperture sociali (assicurazione contro la disoccupazione, contributi previdenziali, copertura sanitaria). Ciò è possibile grazie al “Contrat d’Entrepreneur Salarié” (letteralmente Contratto dell’Imprenditore Salariato, ndr.), complemento del contratto “ombrello”. Il presentatore del progetto può diventare membro della cooperativa secondo lo statuto di quest’ultima. Petra Maritima svolge un altro servizio. Secondo le competenze dei presentatori dei progetti risponde a bandi di progettazione europea coerenti con esse. Ciò permette di rafforzare nello stesso tempo il modello economico dei presentatori di progetti e della cooperativa.

Nell’attività della tua CAE rispetto al fatturato quanto contribuisce il “pubblico”?

Un contributo alla cooperativa pari al 10% del margine lordo è richiesto ai presentatori di progetto. Ciò permette di finanziare i servizi offerti dalla cooperativa.

Ci fai un esempio pratico dei diversi passaggi di un caso di successo seguito dalla tua cooperativa?

Due esempi sono esemplificativi dei successi di Petra Maritima. In Corsica, un meccanico di bordo è entrato in Maritima da tre anni. Oggi il suo giro d’affari è superiore a 150.000 euro. Petra Maritima garantisce tutti i servizi contabili e finanziari e l’accompagnamento offerto ha permesso al suo fondatore di far crescere il proprio mercato. Al passaggio del suo contratto “ombrello” ha scelto di rimanere nella cooperativa ed è diventato socio lavoratore (Entrepreneur Salarié Associé). Nella regione Paca (Provenza-Alpi, Costa Azzurra, ndr.) un “creatore” ha scritto a Petra per proporre un’attività di scuola di vela. Questa attività è stagionale ed è un mercato nuovo. Il primo anno ha potuto testare la sua attività e costruire il proprio mercato. Il secondo anno ha rafforzato il suo sviluppo fino a raggiungere la soglia di pareggio e anch’egli è diventato socio lavoratore della cooperativa.

 

 

APPROFONDIMENTI

Chi è Rémi Bellia https://www.linkedin.com/in/remi-bellia-721ba224/?originalSubdomain=fr

La Coopérative d’Activité et d’Emploi Petra Patrimonia, della quale fa parte Petra Martitima.

Il Progetto Me.Co.

 

Energia Locandina

Nuova energia (verde) per l’Italia.

Per la terza volta nella storia, una rivoluzione energetica cambia il mondo. Incide radicalmente sulla traiettoria della crescita, modifica l’organizzazione dell’industria e la vita quotidiana degli abitanti del pianeta, altera gli equilibri geopolitici: apre così una nuova fase nel capitalismo del XXI secolo.

Questo l’incipit di Energia – La grande trasformazione, volume scritto da Valeria Termini per le edizioni Laterza e di cui Fondazione Barberini, Centro Italiano di documentazione sulla cooperazione e l’economia sociale,  Area Studi Legacoop e Coopfond hanno organizzato la presentazione che ho avuto il piacere e l’onore di coordinare. Il libro affronta in modo chiaro un tema strategico e di grande attualità come quello della transizione energetica la cui portata è tale da far pensare ad una possibile nuova fase del capitalismo.

Alla discussione, oltre all’autrice, hanno partecipato: Mauro Lusetti (presidente nazionale Legacoop), Paolo Barbieri (presidente CPL Concordia), Francesco Bernardi (fondatore di Illumia SPA), Sara Capuzzo (presidente Ènostra).

Qui il link alla presentazione e a seguire una sintesi delle tesi del libro ed alcuni degli spunti emersi dalla discussione.

La sintesi non potrà rendere giustizia né ai contenuti del confronto né a quelli del volume che ho trovato davvero molto bello e straordinariamente chiaro nel descrivere un quadro assai complesso,  facile invitarvi a leggerlo!

La tesi generale del libro è che la grande trasformazione energetica e digitale non solo sia vicina ma in corso e subirà una forte accelerazione con conseguenze ravvicinate e dirompenti sul piano economico internazionale, modificando le catene globali del valore e i loro percorsi.

Questa valutazione viene argomentata non solo e non tanto con una lettura “statica” della produzione energetica per fonti (ancora fortemente dipendente dagli idrocarburi) ma dalla rapidità del cambiamento che avanza.

L’impianto complessivo è orientato ad una visione “ottimista” e positiva delle possibili linee di sviluppo. La sostenibilità ambientale e lo sviluppo – grazie alle grandi innovazioni in atto – non sono più in antitesi. La tecnologia e il governo intelligente, pragmatico e non ideologico della transizione possono condurre ad un’inedita armonia tra sviluppo e ambiente.

Valeria Termini nel suo intervento, rimarcando che non c’è contrasto tra sviluppo economico e ambiente ci ha detto: l’ambiente è cosa troppo seria per essere lasciata ai soli ambientalisti!

Il risultato ovviamente non è scontato e non mancano rischi e contraddizioni. Come in tutte le transizioni dipende anche da noi, dalle scelte che faremo come cittadini. Produrrà vincitori e vinti e bisognerà governare anche gli impatti sociali e combattere le diseguaglianze.

Parte importante del libro è occupata dalle conseguenze geopolitiche.  La Cina si impone come potenza emergente (avendo acquisito un importante controllo dei giacimenti di “terre rare”  e un importante vantaggio competitivo sul fronte tecnologico), importanti sono i riflessi sull’Africa e le possibilità di sviluppo democratico di quei paesi produttori che oggi non lo sono. Questo impone la necessità di un nuovo ordine mondiale cooperativo e multilaterale pena il rischio di un disordine violento dall’esito non prevedibile.

Così come Vi sono rischi, ambientali e sociali, legati ad un nuovo “ciclo minerario” per l’estrazione dei minerali necessari alla produzione o conservazione di energia da fonti rinnovabili (Cobalto, Litio, Nichel) concentrati in Africa e Australia che ha già portato all’apertura di un’indagine nei confronti di Apple e Tesla per lavoro non protetto di bambini locali.

Le nuove fonti rinnovabili, soprattutto solare ed eolico, prodotte localmente, in teoria inesauribili e il cui input ha costo marginale pari a zero in sinergia con la rivoluzione digitale offrono un nuovo modello pronto per sostituirsi a quello del secolo passato, basato sui combustibili fossili, tra i quali solo al gas è riservato un posto di rilievo per accompagnare la transizione energetica grazie alla minore incidenza nella produzione di CO2.

Questo porta a una nuova centralità del Mediterraneo ed ad un ruolo che il Mezzogiorno d’Italia ed il Paese intero possono giocare in chiave di sviluppo.

Una nuova centralità del Mediterraneo, per i giacimenti di gas trovati lungo le coste di Egitto, Israele, Cipro, fa dell’Italia l’hub europeo. Su questo è possibile impostare una nuova politica industriale per il Meridione, per l’Italia e l’Europa.

Così come una nuova politica di cooperazione con i paesi della sponda sud, con cui storicamente l’Italia intrattiene importanti rapporti, è un’opportunità per le imprese italiane che potrebbero svolgere un ruolo per l’infrastrutturazione di produzione diffusa di energia  con ricadute positive sia sullo sviluppo locale sia sul tema migrazioni.

Nello stesso tempo grazie allo sviluppo delle energie rinnovabili si aprono opportunità impreviste nel mondo industriale: nuovi processi produttivi, nuovi prodotti, nuovi servizi.

La produzione “diffusa” ha importanti risvolti democratici e potrà responsabilizzare i cittadini che potranno orientare le loro preferenze per produzioni meno inquinanti.

Il Presidente Lusetti nel suo intervento ha ricordato il ruolo importante del movimento cooperativo nel settore energetico (portando l’esempio degli Stati Uniti dove i maggiori produttori di energia sono cooperative) e il contributo del movimento cooperativo italiano sia sul fronte delle imprese energivore, che stanno innovando per ridurre consumi e impatto ambientale, sia sul fronte della produzione e consumo di energia da fonti rinnovabili richiamando la frontiera delle comunità energetiche come terreno di sfida possibile per una nuova democrazia economica che guardi allo sviluppo sostenibile capace di raggiungere ed essere opportunità anche per le aree interne.

Paolo Barbieri – Presidente di CPL Concordia – ha sottolineato come di fronte agli importanti investimenti che si prospettano sia importante valorizzare il ruolo delle imprese non solo come esecutori, ma come partner di una nuova possibile politica industriale che consenta a tutto il paese di tornare a crescere ed innovare. Una sfida non semplice cui il movimento cooperativo è pronto a contribuire.

Francesco Bernardi – fondatore di Illumia SpA – ha sottolineato che siamo in una fase di trasformazione del mercato: da mercato dell’offerta a mercato della domanda che pone al centro i consumatori e che trasferisce ruolo ed importanza ai trader di energia.

Sara Capuzzo – Presidente di énostra ha sottolineato come ci si trovi in un momento di grande fermento e che la probabile nomina (nel momento del confronto non si avevano ancora informazioni ufficiali sulla formazione del futuro Governo) di un ministro alla transizione ecologica segna come il tema della centralità dell’ambiente sia finalmente diventato mainstraem. Ad oggi sono una decina le comunità energetica avviate a livello nazionale ma la prospettiva, soprattutto se si riusciranno a superare alcune difficoltà burocratiche, è di un rapido e crescente sviluppo.

Valeria Termini nelle sue conclusioni ha ripreso molti dei punti del dibattito rimarcando come la parola chiave di questa fase di transizione sia rapidità e come possa non esserci contrasto tra sviluppo e ambiente. L’ idrogeno, soluzione non a breve termine sui cui è pero necessario investire come stanno facendo altri paesi, è una leva per costruire una nuova filiera industriale che può avere nella relazione pubblico-privato un forte elemento di successo anche a livello territoriale. Prima di approfondire i temi geopolitici affrontati nel volume  è tornata anche sul ruolo dei cittadini ricordando il grande valore della coesione sociale e di come i paesi con un forte senso di responsabilità civile riescano a coniugare alti tassi di sviluppo e qualità della vita e nel concludere ha sottolineato come provi “una speciale sintonia con il mondo delle cooperative che ammiro nei fondamenti”.

Il contributo del movimento cooperativo, ancora una volta nella storia, può essere di avanguardia nella costruzione di un nuovo modello. Una responsabilità ed una sfida a cui penso non sfuggiremo!

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Nella foto: Valeria TERMINI Festival dell’Economia Lobby Muse Trento, 25 settembre 2020 FOTO: Domenico SALMASO

Nella foto: Valeria TERMINI
Festival dell’Economia Trento, 25 settembre 2020
FOTO: Domenico SALMASO

Valeria Termini, ordinaria di Economia dell’Università di Roma Tre, dal gennaio 2021 è membro dell’United Nations High Level Energy Dialogue-COP26.

Già Commissario dell’Autorità per Energia e Ambiente (ARERA, 2011-2018) e Vicepresidente del Consiglio Europeo dei Regolatori dell’Energia (CEER), ha ricoperto importanti incarichi nazionali e internazionali. Ha scritto di economia e politica energetica europea e internazionale, teoria e politica monetaria, innovazione e instabilità dei mercati finanziari. E’ stata insignita negli Stati Uniti dell’International Public Administration Award. Per Laterza ha pubblicato nel 2020 “Energia. La Grande Trasformazione”.

Fonderia Dante 2

Imprese recuperate

Che fare quando le imprese vanno in crisi? Alcuni lavoratori se le sono comprate, diventando i veri protagonisti del processo produttivo.

In questo blog abbiamo già parlato di imprese recuperate esempio virtuoso di politica industriale, ma cosa sono le imprese recuperate o workers buyout?

Sono imprese acquisite dai lavoratori e trasformate in cooperativa a seguito di una crisi aziendale o difficoltà di ricambio generazionale nella proprietà. Esistono strumenti normativi e finanziari di supporto a questi percorsi (mai semplici e scontati), ma i veri protagonisti sono i lavoratori. Lavoratori che si mettono in gioco, investono denaro, tempo e fatica per salvaguardare il proprio posto di lavoro, aprirsi a nuove e ulteriori sfide garantendo così anche la salvaguardia di un saper fare che è parte integrante di quella cultura nazionale che ha fatto di noi, pur privi di materie prime, una grande potenza industriale che oggi è però messa in discussione dall’incapacità di reagire positivamente agli effetti combinati di globalizzazione e innovazione tecnologica.

Fenomeno internazionale, come evidenzia la ricerca di Euricse del 2015, che nel nostro Paese ha trovato attraverso la Legge Marcora un’applicazione lungimirante e di successo. Dimostrazione, ancora attuale e fonte d’ispirazione a distanza di 35 anni, di una capacità riformista di tenere in equilibrio la necessità di garantire tutele ai lavoratori (welfare risarcitorio) e promuovere lavoro e sviluppo (welfare capacitante).

Perno della norma, semplificando molto, è la possibilità di utilizzare l’anticipazione della NASpI (indennità di disoccupazione) come capitale sociale (quindi di rischio) nella costituzione della nuova impresa in forma cooperativa. Capitale cui si può affiancare l’intervento, sotto forma di partecipazione temporanea e/o finanziamento, di CFI (finanziaria partecipata dal MISE e nata proprio a seguito dell’approvazione della più volte citata Legge Marcora) e dei fondi mutualistici tra cui Coopfond.

Il Centro Studi di Legacoop, in un lavoro del marzo 2020 , sottolineando che i WBO potrebbero rappresentare un’opportunità per contrastare il rischio di un ulteriore declino industriale del Paese, ci offre numerosi e importanti spunti di riflessione.

Alcuni dati:

  • dall’entrata in vigore della Legge Marcora (27 febbraio 1985) si contano 323 imprese recuperate che hanno interessato e coinvolto 10.408 lavoratori con un tasso di sopravvivenza superiore a quello delle aziende tradizionali (circa il 75% delle operazioni condotte dopo il 2003);
  • tra le cooperative attive il 75% sono aderenti a Legacoop e  producono l’87% del fatturato e il 91% degli utili sul totale;
  • le imprese associate presentano un tasso di sopravvivenza (47,2%) nettamente più alto di quello riscontrato tra le non aderenti (20,4%);
  • una forte concentrazione territoriale tra le regioni del Centro e del Nord-Est (70%);
  • la maggior parte delle imprese recuperate (79,6%) rientra nel comparto dell’industria manifatturiera;
  • la dimensione media fa rientrare i WBO prevalentemente nelle PMI. Dato che emerge dal citato lavoro di Vieta M. e Depedri S. (Euricse 2015) e anche dal portafoglio di Coopfond che, a far data dal 2008, ha sostenuto 66 progetti che hanno avuto come protagonisti circa 1700 lavoratori.

I dati nel confermare lo straordinario valore del fenomeno e degli strumenti messi in campo ci dicono anche che si tratta di operazioni complesse che non sempre possono risolvere situazioni di crisi o difficoltà. Ciò rende necessario verificare con rigore le condizioni di fattibilità. Per esempio indagando con attenzione le ragioni che hanno portato all’eventuale crisi dell’impresa da cui si “parte”, il mantenimento del mercato e delle professionalità necessarie per affrontarlo e così via. Il rigore è sempre necessario, anche se a volte non compreso,  quando si devono studiare dei piani d’impresa, ma in questo caso, se fosse possibile, lo è ancor di più perché siamo di fronte a lavoratori, spesso in una situazione difficile, che rischiano in proprio.

La significativa concentrazione territoriale dipende, a giudizio mio e di autorevoli osservatori, sia dalla maggiore vocazione manifatturiera di quei territori e quindi dalla maggiore probabilità statistica essendo il manifatturiero il comparto cui sono più vocati i WBO, sia da un effetto “imitativo” conseguente alla conoscenza del modello cooperativo e di altri casi di imprese recuperate. Atteggiamento comprensibile in chi, dovendo approcciare strade impervie, se conosce esperienze di successo le utilizza come possibile modello di riferimento.

Ciò significa che è nostra responsabilità farne conoscere le potenzialità anche nei  territori che meno hanno utilizzato questo strumento e che vi potrebbero trovare una delle leve di politica industriale e occupazionale.

Emerge inoltre il ruolo virtuoso del sistema associativo ed in particolare di Legacoop che negli anni ha saputo costruire competenze, servizi di supporto, capacità di lavoro in partnership con le organizzazioni sindacali (che spesso svolgono un ruolo fondamentale nei progetti di recupero) e il sistema bancario che, in tutta evidenza, hanno fatto la differenza. Un ruolo che è anche responsabilità e consapevolezza di quanto sia necessario fare sempre meglio per corrispondere a un bisogno del Paese. Per questo l’associazione con il supporto di Coopfond, anche in questa difficile fase determinatasi a seguito del Covid, non ha smesso di progettare e lavorare al miglioramento dei propri servizi, ad attività formative e di messa in rete delle proprie competenze.

Formazione a distanza sui WBO

Formazione a distanza sui WBO

Di questo percorso fanno parte anche le tre giornate formative sui WBO rivolte agli “operatori finanziari territoriali” che si sono appena concluse e che hanno coinvolto oltre trenta persone. Un primo passo di un percorso su cui continueremo ad impegnarci.

Un tasso di sopravvivenza delle cooperative associate doppio rispetto alle non associate offre uno spaccato sull’utilità del sistema Legacoop che, in conclusione, merita di essere rimarcato perché stravolge quell’opinione “comune” sul progressivo indebolimento dei corpi intermedi (tutti)  che spesso ci ha accompagnato in questi ultimi anni mentre cresceva il declino sociale ed economico del Paese.

Penso che la disattenzione e l’indebolimento del vero e proprio capitale sociale rappresentato dai corpi intermedi sia parte non secondaria della oramai ultra-ventennale crisi che stiamo attraversando. E’ giunto il tempo di arginare questa deriva perché il governo della complessità richiede visione, professionalità, capacità di cooperazione e condivisione di obiettivi tra attori diversi.

Le imprese recuperate ci insegnano anche che insieme si è più forti non è solo uno slogan.

* immagine di copertina Cooperativa Fonderia Dante.

 

 

Pepe Mujica

Imprese autogestite, un tentativo embrionale di costruirsi da soli la liberazione. Di José Mujica*

Ovviamente c’è ancora molto da approfondire. Non esiste né una sconfitta definitiva , né una vittoria dietro l’angolo. Quel che è certo è che, al di là degli assolutismi e dei totalitarismi, i lavoratori reali in molti luoghi di questa terra si sono ingegnati per costruire imprese autogestite, alcune delle quali sono sopravvissute al fascismo e alle democrazie popolari. Fra questi i Paesi Baschi, la regione Toscana, la Francia, l’Olanda, il Belgio, la Svezia, l’Argentina, l’Uruguay. Sono, dappertutto, come embrioni.Mujica

Sembravano utopie, sembravano tentativi di creare “micromondi”. Tutti furono accolti con disprezzo, ovviamente: primo fra tutti il disprezzo dei capitalisti, ma poi anche quello delle avanguardie rivoluzionarie. Questi tentativi hanno il vantaggio di cercare di moltiplicare la ricchezza senza mettere in tensione le relazioni sociali, dal momento che coltivano la pace e il lavoro, il lavoro garantito. Non sono percorsi di arricchimento personale, dal momento che non sfruttano altri lavoratori. Quando entrano in quel cammino ritornano di fatto al capitalismo. Li si potrebbe definire come tentativi di ottenere sul piano pratico rapporti lavorativi più integri e impegnati, dato che per di più competono all’interno del mercato. La loro esistenza è condizionata dalla compenetrazione nella causa comune che rappresentano.

Possono fungere da agente moltiplicatore, ma anche costituire un rifugio per coloro che non sopportano più la dipendenza e hanno il coraggio di optare per sfide collettive da affrontare assieme ad altri. 

Noi non possiamo sapere se si tratta di un percorso credibile, se questo percorso esiste davvero oppure se è il rifugio di combattenti che non abdicano e non si arrendono. Non possiamo prevedere nulla, ma oggi si moltiplicano i punti di differenza delle società, si ricreano gruppi di manager che lavorano senza il motore capitalista al fine e per l’onore dei loro compagni.

Per tutto quanto appena affermato, questo governo ha creato un fondo di sostegno, con parte degli utili del Banco Repùblica. Questo costituisce un introito fondamentale nei guadagni della banca. Vi è d’altronde una notoria partecipazione sociale all’origine di tali guadagni.

Segnaliamo che con questo fondo si concedono crediti a tassi bassi, per progetti seri, ben studiati e nei quali si produce un recupero di capitale per continuare a utilizzare il fondo. Nessuno dice che sia una via verso il socialismo, ma è senz’altro un grande passo in avanti, perché spaventa la burocrazia, perché assume dei rischi, perché si impone e crea lavoro, “moltiplica i pani” e non solo la domanda, insegna ai lavoratori a governarsi  e non solo a essere governati, porta speranza e impegno, facendo in modo che essi non si aspettino la liberazione , ma cerchino di costruirsela da soli.

* Riflessioni del Presidente Mujica sulle imprese autogestite (rivista “Polìticas”, maggio 2012). Tratto da: José “Pepe” Mujica – La Felicità al potere, a cura di C. Guarnieri, M. Sgroi,  Castelvecchi Litorali. p. 116)

bandiera europea

Wolfang Schäuble

Roma, 09/27/2020

Nella lettura di una selezione di discorsi di Wolfang Schäuble,  voluta dall’amico Carlo Forcheri, che ringrazio per questo lavoro e per avermelo segnalato, ho trovato molti spunti di riflessione su Europa,  crescita, sviluppo, rapporti tra società ed economia, ruolo dei media e degli intellettuali nel nostro Paese e anche sulla cooperazioneW.S. discorsi che pur non vi è citata, ma è al centro dei miei interessi e impegno.

Alla base del pensiero di Schäuble vi è una profonda spinta europeista e un’idea di politica del rigore che non è sacrificio per gli ultimi, ma presupposto per politiche di bilancio che siano pilastro di un progetto di sviluppo basato sull’economia sociale di mercato in una tensione sempre costruttiva per la realizzazione di armonia tra le forze del mercato e considerazioni di natura sociale dove “economia e società si appartengono in un’unicità”.

Un’armonia che non può nascondere la mancata crescita con il debito scaricato sulle future generazioni. Un’idea della stabilità di bilancio come fondamento di sviluppo duraturo, competitività e fiducia (elemento costitutivo dei mercati e dei rapporti tra cittadino e Stato). Insomma, se non hai i fondamentali a posto non potrai fare investimenti strategici e riforme capaci produrre ricchezza e benessere duraturi.

Viene subito in mente l’Italia che da oltre vent’anni si dibatte in una grave crisi di crescita, che si è fatta anche crisi sociale e democratica, perché incapace di rigorose e durature politiche di bilancio. Alla retorica delle riforme come sacrifico necessario, per altro sempre per gli stessi, fa da contraltare una politica demagogica e incapace di scelte che vadano al di là delle maggioranze che le hanno prodotte.

In questo modo la parola riforma è stata stuprata tanto che tutti hanno potuto definirsi riformisti ed a favore di riforme che in realtà non si realizzavano. Riformisti senza riforme e mancanza di un vero pensiero riformista che guardi al futuro, alla giustizia sociale ed alla felicità come un terreno necessario e possibile.

L’economia sociale di mercato – ci dice Scäuble – è una disciplina in continua tensione tra libertà, concorrenza e mercato da una parte, equilibrio e sicurezza sociale dall’altra [1].

Una tensione costruttiva che a mio avviso ben si attaglia anche al difficile equilibrio che l’impresa cooperativa deve costruire tra interesse mutualistico dei soci e solidità imprenditoriale a salvaguardia dei soci attuali, dei soci futuri e della comunità. Anche nell’impresa, a maggior ragione in quella cooperativa che non deve pensare solo alla massimizzazione del profitto, se non hai i fondamentali a posto non potrai fare investimenti capaci di consolidare il presente e rafforzare il futuro.

Molto interessante anche la riflessione sulle religioni, che da non credente ho trovato ampiamente condivisibile, e sulla necessità di valori etici e orientamenti perché, ci dice Schäuble, senza fondamento etico non potranno avere risposta le difficili domande del nostro tempo. E senza fondamento etico l’agire responsabile, sia in economia che in politica od in altri campi della vita, è difficilmente immaginabile. Così come è necessario mobilitare le forze che trasmettono fiducia a una comunità  come le nuove forme di auto-organizzazione dei cittadini che vogliono darsi da fare per la comunità [2].

Tra queste forme, aggiungo io, la più antica e nello stesso tempo la più innovativa è certamente la cooperazione che ha dimostrato di essere strumento funzionale a rappresentare, mediare e soddisfare bisogni diversi come quelli che, solo per fare un esempio, si manifestano nella gestione dei Beni Comuni.

Come avrete capito non è mia intenzione fare una recensione del libro, alla cui lettura vi invito, ne tantomeno avere l’ambizione di rappresentare il pensiero complesso e quindi inevitabilmente controverso di Wolfang Schäuble che ne emerge, ma condividere alcune riflessioni.

Il libro mi ha restituito un senso di inadeguatezza del ceto politico nostrano (troppo facile e scontato direte voi!) e più in generale dei media e degli intellettuali italiani che, che malati di shortermismo e retroscenismo  non riescono a trasferire ai cittadini uno scenario comprensibile né tantomeno contribuire a un dibattito all’altezza delle sfide e capace di riflessione, analisi, proposta. Insomma di contribuire alla costruzione di un disegno strategico che guardi al futuro.

Mi sono chiesto come mai, pur essendo un discreto lettore, mi fosse sfuggita la complessità di questa figura? Quanto spazio occupa nel nostro dibattito pubblico l’approfondimento della politica europea ed estera? Quanto spazio occupa il confronto delle idee? Poco e troppo spesso piegato a logiche di battaglia politica “locale”.

Ciò rafforza la mia convinzione, di cui ho più volte parlato e scritto, che la crisi italiana sia soprattutto una crisi culturale che ci blocca in un eterno presente privo di pensiero e quindi di visione per il futuro e per le generazioni che lo abiteranno.

Da qui si deve ripartire e ritengo che il pensiero e l’agire cooperativo molto possa dare in questa direzione.

Non basta però gongolarsi nella bellezza e attualità dei propri valori e principi perché i principi non si predicano ma si praticano e, nella temperie di questi tempi difficili, anche il movimento cooperativo ha bisogno di ricordarsi che solo la solida costruzione di un progetto strategico di medio-lungo periodo potrà offrire la rotta anche per le difficili scelte di breve periodo.

[1] Discorso tenuto di fronte alle fondazioni Konrad Adenauer e Ludwig Erhard il 18 maggio 2017. Wolfang Scäuble, Discorsi 2009-2017, pag. 115.

[2] Discorso tenuto alla riunione annuale del Tönissteiner Kreis a Berlino pubblicato il 24 gennaio 2009. Wolfang Scäuble, Discorsi 2009-2017, pag. 33-39

 

Ventimiglia

Promuovere cooperazione per promuovere sviluppo sostenibile.

L’Italia da tempo non conosceva una vera strategia per lo sviluppo che fosse fondata su conoscenza, studio, convolgimento, partecipazione, strumenti e dotazioni economico finanziarie adeguate. La Strategia Nazionale Aree Interne, pensata dall’allora Ministro Barca e da un gruppo di validissimi collaboratori, segna un punto di svolta per le aree interne e le tante fratture del Paese che vanno ricomposte, ma anche per il metodo adottato che può andare oltre questa esperienza se si vuole uno sviluppo armonico che credo sia l’unica vera idea di sviluppo possibile.

Molto è stato scritto su questi temi, consiglio la lettura del “Manifesto per riabitare l’Italia” da pochi giorni in libreria e mi limito a richiamare alcuni elementi che mi servono per il ragionamento che voglio condividere con Voi sul ruolo che la cooperazione può svolgere per lo sviluppo sociale ed economico del Paese.

Manifesto per riabitare l'Italia

Manifesto per riabitare l’Italia

Gli elementi chiave della strategia mi paiono la considerazione che Vi siano alcuni elementi propedeutici e abilitanti allo sviluppo, servizi di cittadinanza che sono fondamentali affinché una comunità possa essere generativa come: l’accesso all’istruzione, ai servizi sanitari e ai collegamenti infrastrutturali (materiali e immateriali). A questo si affianca un metodo partecipativo per individuare risorse più o meno latenti e definire gli obiettivi della comunità.

Questo impianto dialoga naturalmente con i valori e i principi cooperativi, ne condivide le finalità ed il senso, definisce un’idea di società aperta, equa, inclusiva, capace di valorizzare le proprie diversità e per questo più dinamica. Un modo nuovo di guardare allo sviluppo che assume come punto di vista, cui orientare le politiche, quello del benessere delle persone. Detto così sembrerebbe quasi ovvio, cosa dovrebbe fare la politica se non impegnarsi per il benessere dei cittadini? Ma pensate all’esperienza concreta ed a cosa, in questi ultimi anni, ha orientato le scelte di destinazione delle risorse e la loro reale efficacia in termini di benessere e di sviluppo. Un’idea di razionalizzazione che ha abbassato la qualità media dei servizi fondamentali, non ha prodotto efficienza e risparmio né tantomeno l’agognato sviluppo.

Bisogna darsi da fare per definire un nuovo impianto culturale entro cui costruire nuove strategie, quindi la neonata associazione annunciata con il Manifesto è davvero benvenuta!

Ma noi cosa possiamo fare? Questa è la domanda naturale per coloro che, come i cooperatori, hanno deciso di voler incidere direttamente sulla realtà con il proprio agire concreto.

L’esperienza maturata in Liguria con la promozione cooperativa ed in particolare delle cooperative di comunità, prima che la loro importanza e capacità di incidere sul destino dei luoghi diventasse sentire comune, mi consente di tracciare alcuni spunti che spero utili per il dibattito e l’azione.

Il principale insegnamento è che i territori sono ricchi di asset inutilizzati e che il principale di questi siano le persone con il loro bagaglio di saperi, di valori, di legami sociali. Il primo obiettivo è quindi attivare le persone attraverso il dialogo e la costruzione di relazioni.

Il lavoro fatto da Legacoop Liguria, ed in particolare da Roberto La Marca, per far emergere dal confronto con le comunità, competenze, punti di forza, legami sociali ha dimostrato l’importanza di stare sul territorio in modo competente, conoscerlo e riconoscervisi. Un’azione maieutica capace di attivare protagonismo, individuare risorse latenti materiali ed immateriali, promuovere leadership locali, reti di relazioni, progettualità. I numeri sono chiari e dicono che se ci sei, sai ascoltare e consigliare puoi agevolare dei processi di sviluppo e di innovazione.

Un lavoro di animazione il cui successo responsabilizza il movimento e dimostra la forza dello strumento cooperativo per attivare processi di sviluppo a partire dalle comunità.

Il pensiero mainstream ha spesso rappresentato la cooperazione come uno strumento non adeguato per affrontare la contemporanee dinamiche competitive. Processo che ha avuto il suo apice negli anni ’80 del novecento quando in molte legislazioni si introdussero modifiche per consentire la trasformazione societaria. In Gran Bretagna, per esempio,  fu consentito nel 1986 e portò anche alla trasformazione della Halifax Building Society in S.p.A.  La Halifax, cresciuta come società cooperativa con successo nel credito immobiliare in oltre centocinquant’anni di storia , dopo alcuni anni dovette essere assorbita da un’altra banca per le gravi perdite accumulate da un management tutto orientato ai profitti di breve periodo che occulto per lungo tempo le perdite accumulate.

Questo esempio mi serve per dire che lo strumento cooperativo ha caratteristiche tali da renderlo adatto ad ogni settore dell’economia con una tastiera molto ampia di punti di forza che a volte ci si “dimentica” di utilizzare perché forse si subisce il fascino e la “pressione” del pensiero mainstream.

Nel caso specifico dello sviluppo territoriale quali sono questi punti di forza?

In sintesi perché il pezzo si è fatto lungo:

  1. il naturale riferirsi, il riconoscersi negli interessi della comunità (7° principio  ) ed il radicamento in essa fa dell’impresa cooperativa un modello orientato alla creazione di valore per la comunità (e non all’estrazione);
  2. la possibilità di assumere in sé diversi obiettivi (scambi mutualistici) e di rispondere a più interessi (multi-stakeholders), ad esempio quello dei lavoratori, dei cittadini utenti,  delle imprese del territorio, ne fa un soggetto particolarmente adatto per gestire processi complessi di governo con una funzione d’interesse collettivo e di sussidiarietà rispetto al pubblico;
  3. la democrazia interna (2° principio) rafforza la capacità di gestire processi complessi e di costruire, attraverso la partecipazione, scelte attente ai diversi bisogni. Nulla di più potente che costruire obiettivi condivisi può consentire il buon esito di un’intrapresa. Certo non è un pranzo di gala e non sono consentite scorciatoie! Nel caso si va fuori strada.
  4. la democrazia e la compresenza di interessi diversi, a volte anche potenzialmente contrapposti come potrebbero essere quelli di dipendenti ed utenti, fa dell’impresa cooperativa un modello longevo che naturalmente guarda al lungo periodo. Esattamente il contrario dello shortermismo che è tra le cause della mancata crescita che da decenni contraddistingue il nostro Paese. Il passo dell’impresa cooperativa non è quello veloce del centometrista, ma quello lento e faticoso del maratoneta che, seppur diversamente, raggiunge anch’egli risultati straordinari.

Possiamo essere tra i protagonisti di una nuova idea di Italia però bisogna crederci e volerlo. Noi ci crediamo!

 

Nuovo Sito per Coopstartup

Coopstartup, programma nazionale per la promozione di startup cooperative, non è solo un insieme di bandi, ma la realizzazione di processi di formazione, accompagnamento e accelerazione di nuove idee imprenditoriali proposte da gruppi e neocooperative.
Una sperimentazione innovativa che fin dal 2013 ha saputo fare sintesi delle migliori prassi di promozione d’impresa e costruire un modello specifico per la cooperazione che ha anticipato metodologie che con il tempo sono andate consolidandosi ed affermandosi anche in altri contesti. Ogni singolo progetto è un unicum che costruisce nuove relazioni, adatta il metodo agli obiettivi e alle esigenze del territorio o del settore interessato sperimentando, di volta in volta, strumenti innovativi che contribuiscono all’esito del singolo progetto e arricchiscono la metodologia più generale in un processo di miglioramento e innovazione continua. Un processo, aperto, partecipato, dinamico.
Con Coopstartup abbiamo attivato più di 20 progetti territoriali, ricevuto, valutato e sostenuto centinaia di idee imprenditoriali presentate da gruppi provenienti da tutta Italia che hanno dato vita a 46 startup cooperative vincitrici. Abbiamo creato una serie di relazioni tra giovani e meno giovani, tra il sistema cooperativo e il mondo delle imprese, delle istituzioni pubbliche, delle università e della ricerca.
Abbiamo pensato che il valore creato andasse sempre più condiviso, messo a sistema, aperto a nuove partnership e che potessimo farlo attraverso la trasformazione del nostro portale che oltre a mantenere la sua funzione di servizio ai bandi, diviene un luogo dove discutere, riflettere, approfondire e conoscere le esperienze attivate e le tante realtà che ruotano intorno al mondo della nuova cooperazione.
Per queste ragioni abbiamo riprogettato coopstartup.it . Abbiamo creato un sito che oggi è capace di dare risalto immediato alle opportunità e bandi in corso, di ospitare contributi e riflessioni dal mondo della cooperazione e dell’innovazione anche internazionale, di raccontare e moltiplicare storie di lavoro di qualità.
Nuove sezioni, nuovi contenuti e una rivoluzionata veste grafica.
Crediamo che fermarsi ai successi ottenuti non sia abbastanza, è fondamentale rilanciare non solo ripartire. La cooperazione non si ferma vuol dire anche questo per Coopstartup. Spero che lo troviate utile e che vogliate contribuirvi con storie e contenuti da condividere e approfondire. Insieme potremo costruire uno spazio nuovo e arricchire la nostra comunità.

Pubblicato su: https://www.coopstartup.it/conversazioni/nuovo-sito-per-coopstartup/

Il movimento cooperativo per lo sviluppo del Paese

Pubblico qui una lettera inviata ad inizio dicembre 2019 a Claudio Cerasa – direttore del Il Foglio – contenente alcuni spunti di riflessione sul modello di sviluppo, il ruolo delle relazioni e dei legami territoriali, delle imprese e di quelle cooperative in particolare.

Carissimo Direttore,

l’articolo “L’Italia ferma” a firma di Renzo Rosati, pubblicato sul Foglio del 30 novembre e 1 dicembre u.s., di cui nel complesso condivido il ragionamento, contiene un passaggio che potrebbe trarre in inganno il lettore circa il ruolo dell’impresa cooperativa e per questo mi permetto d’inviarTi questa mia.

Le modalità con cui si presenta la riforma delle banche di credito cooperativo come esigenza di rafforzamento del sistema imprenditoriale italiano di cui, giustamente, si denuncia il nanismo potrebbe infatti indurre il lettore ad intendere che l’impresa cooperativa sia meno performante rispetto ad altri modelli d’impresa.

I modelli d’impresa non sono “validi” di per sé e non ne esiste uno migliore di altri. Le performance vanno misurate rispetto ai fini che possono essere e sono differenti.  L’impresa cooperativa, che non ha come finalità la massimizzazione del profitto ed ha nel capitale un mezzo e non un fine, ha dimostrato nei suoi centosettantacinque anni di storia di saper competere e creare nuovi mercati. La sua è infatti una storia d’innovazione dei modelli d’impresa, dei mercati e dei rapporti sociali sottostanti. Il calabrone vola!

In particolare, seguendo il filo logico dell’autore, che individua nel nanismo delle imprese uno dei principali problemi del sistema Italia è facile notare come una delle caratteristica dell’impresa cooperativa è la (assai) maggiore dimensione media. Un punto di forza che andrebbe maggiormente sfruttato dal sistema paese.

La riforma delle BCC aveva come obiettivo il rafforzamento patrimoniale del sistema, a fronte delle difficoltà che dall’economia reale si sono riverberate su tutto il sistema bancario (non prioritariamente sulle banche di credito cooperativo) con l’esplodere dei crediti non esigibili (variamente e assurdamente denominati in modo che i risparmiatori non ci capiscano nulla). La discussione si è sviluppata attorno alla difficoltà di conciliare un migliore accesso per le BCC al mercato dei capitali (difficile se non impossibile per la forma cooperativa) con l’esigenza di non snaturarle determinando l’impoverimento dell’ecosistema imprenditoriale che, come tutti gli ecosistemi, ha bisogno di varietà di specie.

Il cosiddetto capitalismo relazionale o di territorio ha sorretto il sistema della piccola e media impresa e con esse tanta parte delle nostre comunità arrivando dove il sistema del credito “SpA” non arrivava.  Il pensiero mainstream, immaginando un inesistente mercato astratto e di per sé efficiente, ha sottovalutato se non osteggiato questo ruolo che, al contrario, nella crisi ha dimostrato tutta la sua importanza economica e sociale. Una riflessione sul senso dell’agire economico si è aperta a tutti i livelli con il crescere della consapevolezza che bisogna cambiare strada senza buttare il bambino (la libertà d’impresa) con l’acqua sporca (i limiti di un modello economico sradicante per tante persone).

Le imprese cooperative non negano il ruolo delle altre forme d’impresa, cui anzi ricorrono quando serve, al contrario vengono spesso messe in discussione in modo ideologico senza riconoscerne il ruolo e i tanti casi di successo anche di cooperazione tra imprese ed imprenditori.

Anche il tema della diffusa infedeltà fiscale toccato dall’autore è condivisibile e alle più note disfunzioni pubbliche potremmo affiancare responsabilità nel nanismo dell’impresa italiana. Trovo infatti che parte di esso sia determinato dalla scelta di non crescere nella dimensione e nel mercato competitivo per potersi accomodare nella comfort zone dell’evasione fiscale e del contenimento fraudolento dei costi. Un tema che, a mio giudizio, sarebbe bello e utile indagare. Anche da qui quindi l’esigenza di un contenimento della pressione fiscale sul lavoro e sulle imprese e di una lotta all’evasione sostanziale e non procedurale. Così libereremo le imprese dall’oppressione burocratico-formalistica cui sono sottoposte! Con la massa di dati a disposizione sappiamo che è possibile e le politiche industriali si fanno anche con un sistema fiscale moderno ed efficiente!

Questa comfort zone è preclusa alla “buona” cooperazione (come sappiamo esiste anche quella falsa perché non è la forma che fa “buona” l’impresa, ma la modalità con cui la si pratica) che, infatti mediamente se confrontata con altre imprese di pari dimensioni ha una contribuzione al gettito fiscale maggiore.

Altre argomentazioni si potrebbero portare, non credo però di poter abusare oltre della Tua attenzione e cortesia. Non ho scritto questa righe per una pubblicazione ma, per la stima che ho come lettore rafforzata dalla breve chiacchierata fatta a Genova in occasione dell’Assemblea di ANCE, nella speranza che possa essere per Te e per il Tuo giornale spunto di riflessione, stimolo ad indagare sul ruolo che il movimento cooperativo può e potrebbe svolgere per il rilancio di moti settori e con funzioni diverse (dal manifatturiero all’impresa di comunità solo per citare i due estremi). Apprezzo, infatti un modo di fare giornalismo caratterizzato da opinioni sempre sostenute da attento studio e osservazione dei fatti, non il commento del commento, ma l’analisi critica.

Nella speranza di aver fornito utile spunto e che ci possano essere ulteriori occasioni d’incontro Ti invio i migliori saluti.

Gianluigi Granero

Imprese salvate dai lavoratori. Un racconto di lavoro che crea lavoro.

Roma, 4 novembre 2019

Teatri Uniti realizzerà (anche con il sostegno di Coopfond) un docufilm sulle imprese recuperate o workers buyout.

Un fenomeno in crescita su cui bisognerebbe ragionare di più come possibile attrezzo da inserire nella “cassetta” delle politiche industriali. Ha infatti dimostrato nel tempo capacità di rilanciare in forma cooperativa imprese in crisi o in difficoltà nel passaggio generazionale.

Se chiudi ti compro

Per approfondire:

Workers Buyout interventi di Coopfond al 2018

Da operaio a imprenditore quando i lavoratori rilanciano l’impresa. Ricerca Forum Diseguaglianze e Diversità.

Workers Buyout un fenomeno in crescita. Banca dati Italia Lavoro – Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Se chiudi ti compro. Recensione del Centro Studi Cooperativi Danilo Ravera.

 

Ambiente e sviluppo: l’obbligo di tenerli insieme.

Nel 2014 scrivevo quest’articolo a proposito della vicenda della centrale Tirreno Power di Vado Ligure. Al di là del fatto specifico, mi pare che il pensiero di fondo mantenga sempre di più il suo valore e quindi lo ripropongo.IMG_0870

In generale ritengo opportuno non commentare vicende giudiziarie, tanto meno quelle in cui è impegnato professionalmente mio padre, perché il rischio (la quasi certezza) è che la strumentalizzazione abbia la meglio sul merito ma, la straordinaria gravità della situazione impone alcune riflessioni sia di carattere generale sia nello specifico che provo ad esporre per punti.

 

Sviluppo sostenibile, ambiente e salute.

Questo è il grande e difficilissimo tema che dovrebbe essere al centro della politica contemporanea ma, impegnati come siamo in continue battaglie tra Guelfi e Ghibellini prendiamo posizione ma non troviamo, pragmaticamente, soluzioni.

È fuori dubbio che non è possibile barattare salute con lavoro (quanta strada ha fatto il Sindacato italiano dalle lotte per la “penosa” quando la salute veniva monetizzata!).

In questa vicenda, come afferma il Gip nel decreto di sequestro, le tecnologie avrebbero potuto molto migliorare gli impatti ambientali ed invece siamo sprofondati nel dramma.

Il Presidente Burlando, in verità, aveva “imposto” una soluzione pragmatica che scontentando tutti, comitati ed impresa, tentava la via degli investimenti tecnologici per rendere il più possibile compatibile la presenza di un grande impianto industriale con la salute e la qualità della vita ma ciò non è avvenuto.

Ci resta il triste gioco delle tante verità ed il dramma dell’ennesimo colpo mortale al nostro sistema industriale con centinaia posti di lavoro, competenze ed humus imprenditoriale distrutti.

In questa vicenda ci sono tutti gli elementi della crisi italiana:

– prima di tutto un sistema incapace di decidere; schiacciato tra norme confuse, responsabilità troppo diffuse e sovrapposte da non essere mai chiare e certe, un sistema giudiziario lento e farraginoso cui si ricorre o si delega eccessivamente, intasandolo, come continua surroga alle inefficienze complessive;

– l’incapacità di capire che, pur in un quadro di apertura ai mercati ed ai capitali stranieri, che chiamerei di collaborazione competitiva, è necessario e doveroso difendere l’italianità del sistema produttivo, in particolare in settori strategici tra cui l’energia (come fanno tutti a partire da: Francia, Germania, Stati Uniti, per non parlare di Cina e Russia!). Noi invece no. Ci pare più figo dire superficialmente che bisogna essere aperti alla concorrenza dimostrando provincialismo e pochezza. Così, solo per fare un po’ di polemica in controtendenza, ci siamo giocati BNL e Parmalat (in entrambi i casi si potrebbe dire molto sulle conseguenze nefaste per il Paese ma non è ora la sede).

D’altronde non è per noi una novità andare a cercare il Principe straniero che poi, ovviamente, sia fa i casi suoi!

– in tutto questo gioca un ruolo straordinario la debolezza della politica che, a prescindere dai singoli, non è più in grado di definire un disegno strategico, costruire ed avere consenso e fiducia. Servono idee, progetti ed un pensiero lungo che la politica italiana da molti decenni non riesce più ad esprimere. Il movimento cooperativo, nel suo piccolo, anche su questo prova a dare un contributo.

– ultimo, ma non ultimo, la mancanza di un diffuso senso etico che per i singoli significa onestà, moralità, senso del dovere e dell’interesse generale, per le imprese responsabilità sociale. Senza tutto questo, senza un profondo e diffuso senso della legalità, potremo fare molte leggi ma non rilanceremo, il Paese. Il difficile è che non riguarda gli altri ma interroga ognuno di noi!

 

La ricerca delle responsabilità (presunte) spetta alla Magistratura ma, la politica è chiamata alla ricerca di una soluzione e qui non può essere che il Governo che in un confronto rapido, chiaro e trasparente con le istituzioni locali e, per quanto possibile, con il supporto della stessa Magistratura, individui un percorso che porti alla realizzazione degli investimenti necessari a far ripartire gli impianti.

Come ho detto ho grande rispetto per le regole, che sono il fondamento del vivere civile, è però necessario non confondere il rispetto delle norme con la sovranità di procedure bizantine e burocratismi inutili che nascondono inefficienze, tempi incompatibili con la vita delle imprese e dei cittadini, mancanza di assunzione di responsabilità. Qui è necessario da parte di tutti orientamento al risultato e capacità di decisione; ne va dello sviluppo di una provincia già molto colpita da un processo di de industrializzazione che deve essere fermato.

È necessario non lasciarsi sprofondare nel  dramma mettendo in campo investimenti, ricerca, innovazione tecnologica per promuovere un nuovo modello industriale.

Difficile? Si molto difficile! Serve coesione, assunzione di responsabilità, trasparenza, competenza. Ma un grande paese industriale come il nostro ha la forza per farlo!

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