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@Gianluigi Granero

Author: Gianluigi Granero (Page 1 of 3)

Fonderia Dante 2

Imprese recuperate

In questo blog abbiamo già parlato di imprese recuperate esempio virtuoso di politica industriale, ma cosa sono le imprese recuperate o workers buyout?

Sono imprese acquisite dai lavoratori e trasformate in cooperativa a seguito di una crisi aziendale o difficoltà di ricambio generazionale nella proprietà. Esistono strumenti normativi e finanziari di supporto a questi percorsi (mai semplici e scontati), ma i veri protagonisti sono i lavoratori. Lavoratori che si mettono in gioco, investono denaro, tempo e fatica per salvaguardare il proprio posto di lavoro, aprirsi a nuove e ulteriori sfide garantendo così anche la salvaguardia di un saper fare che è parte integrante di quella cultura nazionale che ha fatto di noi, pur privi di materie prime, una grande potenza industriale che oggi è però messa in discussione dall’incapacità di reagire positivamente agli effetti combinati di globalizzazione e innovazione tecnologica.

Fenomeno internazionale, come evidenzia la ricerca di Euricse del 2015, che nel nostro Paese ha trovato attraverso la Legge Marcora un’applicazione lungimirante e di successo. Dimostrazione, ancora attuale e fonte d’ispirazione a distanza di 35 anni, di una capacità riformista di tenere in equilibrio la necessità di garantire tutele ai lavoratori (welfare risarcitorio) e promuovere lavoro e sviluppo (welfare capacitante).

Perno della norma, semplificando molto, è la possibilità di utilizzare l’anticipazione della NASpI (indennità di disoccupazione) come capitale sociale (quindi di rischio) nella costituzione della nuova impresa in forma cooperativa. Capitale cui si può affiancare l’intervento, sotto forma di partecipazione temporanea e/o finanziamento, di CFI (finanziaria partecipata dal MISE e nata proprio a seguito dell’approvazione della più volte citata Legge Marcora) e dei fondi mutualistici tra cui Coopfond.

Il Centro Studi di Legacoop, in un lavoro del marzo 2020 , sottolineando che i WBO potrebbero rappresentare un’opportunità per contrastare il rischio di un ulteriore declino industriale del Paese, ci offre numerosi e importanti spunti di riflessione.

Alcuni dati:

  • dall’entrata in vigore della Legge Marcora (27 febbraio 1985) si contano 323 imprese recuperate che hanno interessato e coinvolto 10.408 lavoratori con un tasso di sopravvivenza superiore a quello delle aziende tradizionali (circa il 75% delle operazioni condotte dopo il 2003);
  • tra le cooperative attive il 75% sono aderenti a Legacoop e  producono l’87% del fatturato e il 91% degli utili sul totale;
  • le imprese associate presentano un tasso di sopravvivenza (47,2%) nettamente più alto di quello riscontrato tra le non aderenti (20,4%);
  • una forte concentrazione territoriale tra le regioni del Centro e del Nord-Est (70%);
  • la maggior parte delle imprese recuperate (79,6%) rientra nel comparto dell’industria manifatturiera;
  • la dimensione media fa rientrare i WBO prevalentemente nelle PMI. Dato che emerge dal citato lavoro di Vieta M. e Depedri S. (Euricse 2015) e anche dal portafoglio di Coopfond che, a far data dal 2008, ha sostenuto 66 progetti che hanno avuto come protagonisti circa 1700 lavoratori.

I dati nel confermare lo straordinario valore del fenomeno e degli strumenti messi in campo ci dicono anche che si tratta di operazioni complesse che non sempre possono risolvere situazioni di crisi o difficoltà. Ciò rende necessario verificare con rigore le condizioni di fattibilità. Per esempio indagando con attenzione le ragioni che hanno portato all’eventuale crisi dell’impresa da cui si “parte”, il mantenimento del mercato e delle professionalità necessarie per affrontarlo e così via. Il rigore è sempre necessario, anche se a volte non compreso,  quando si devono studiare dei piani d’impresa, ma in questo caso, se fosse possibile, lo è ancor di più perché siamo di fronte a lavoratori, spesso in una situazione difficile, che rischiano in proprio.

La significativa concentrazione territoriale dipende, a giudizio mio e di autorevoli osservatori, sia dalla maggiore vocazione manifatturiera di quei territori e quindi dalla maggiore probabilità statistica essendo il manifatturiero il comparto cui sono più vocati i WBO, sia da un effetto “imitativo” conseguente alla conoscenza del modello cooperativo e di altri casi di imprese recuperate. Atteggiamento comprensibile in chi, dovendo approcciare strade impervie, se conosce esperienze di successo le utilizza come possibile modello di riferimento.

Ciò significa che è nostra responsabilità farne conoscere le potenzialità anche nei  territori che meno hanno utilizzato questo strumento e che vi potrebbero trovare una delle leve di politica industriale e occupazionale.

Emerge inoltre il ruolo virtuoso del sistema associativo ed in particolare di Legacoop che negli anni ha saputo costruire competenze, servizi di supporto, capacità di lavoro in partnership con le organizzazioni sindacali (che spesso svolgono un ruolo fondamentale nei progetti di recupero) e il sistema bancario che, in tutta evidenza, hanno fatto la differenza. Un ruolo che è anche responsabilità e consapevolezza di quanto sia necessario fare sempre meglio per corrispondere a un bisogno del Paese. Per questo l’associazione con il supporto di Coopfond, anche in questa difficile fase determinatasi a seguito del Covid, non ha smesso di progettare e lavorare al miglioramento dei propri servizi, ad attività formative e di messa in rete delle proprie competenze.

Formazione a distanza sui WBO

Formazione a distanza sui WBO

Di questo percorso fanno parte anche le tre giornate formative sui WBO rivolte agli “operatori finanziari territoriali” che si sono appena concluse e che hanno coinvolto oltre trenta persone. Un primo passo di un percorso su cui continueremo ad impegnarci.

Un tasso di sopravvivenza delle cooperative associate doppio rispetto alle non associate offre uno spaccato sull’utilità del sistema Legacoop che, in conclusione, merita di essere rimarcato perché stravolge quell’opinione “comune” sul progressivo indebolimento dei corpi intermedi (tutti)  che spesso ci ha accompagnato in questi ultimi anni mentre cresceva il declino sociale ed economico del Paese.

Penso che la disattenzione e l’indebolimento del vero e proprio capitale sociale rappresentato dai corpi intermedi sia parte non secondaria della oramai ultra-ventennale crisi che stiamo attraversando. E’ giunto il tempo di arginare questa deriva perché il governo della complessità richiede visione, professionalità, capacità di cooperazione e condivisione di obiettivi tra attori diversi.

Le imprese recuperate ci insegnano anche che insieme si è più forti non è solo uno slogan.

* immagine di copertina Cooperativa Fonderia Dante.

 

 

Pepe Mujica

Imprese autogestite, un tentativo embrionale di costruirsi da soli la liberazione. Di José Mujica*

Ovviamente c’è ancora molto da approfondire. Non esiste né una sconfitta definitiva , né una vittoria dietro l’angolo. Quel che è certo è che, al di là degli assolutismi e dei totalitarismi, i lavoratori reali in molti luoghi di questa terra si sono ingegnati per costruire imprese autogestite, alcune delle quali sono sopravvissute al fascismo e alle democrazie popolari. Fra questi i Paesi Baschi, la regione Toscana, la Francia, l’Olanda, il Belgio, la Svezia, l’Argentina, l’Uruguay. Sono, dappertutto, come embrioni.Mujica

Sembravano utopie, sembravano tentativi di creare “micromondi”. Tutti furono accolti con disprezzo, ovviamente: primo fra tutti il disprezzo dei capitalisti, ma poi anche quello delle avanguardie rivoluzionarie. Questi tentativi hanno il vantaggio di cercare di moltiplicare la ricchezza senza mettere in tensione le relazioni sociali, dal momento che coltivano la pace e il lavoro, il lavoro garantito. Non sono percorsi di arricchimento personale, dal momento che non sfruttano altri lavoratori. Quando entrano in quel cammino ritornano di fatto al capitalismo. Li si potrebbe definire come tentativi di ottenere sul piano pratico rapporti lavorativi più integri e impegnati, dato che per di più competono all’interno del mercato. La loro esistenza è condizionata dalla compenetrazione nella causa comune che rappresentano.

Possono fungere da agente moltiplicatore, ma anche costituire un rifugio per coloro che non sopportano più la dipendenza e hanno il coraggio di optare per sfide collettive da affrontare assieme ad altri. 

Noi non possiamo sapere se si tratta di un percorso credibile, se questo percorso esiste davvero oppure se è il rifugio di combattenti che non abdicano e non si arrendono. Non possiamo prevedere nulla, ma oggi si moltiplicano i punti di differenza delle società, si ricreano gruppi di manager che lavorano senza il motore capitalista al fine e per l’onore dei loro compagni.

Per tutto quanto appena affermato, questo governo ha creato un fondo di sostegno, con parte degli utili del Banco Repùblica. Questo costituisce un introito fondamentale nei guadagni della banca. Vi è d’altronde una notoria partecipazione sociale all’origine di tali guadagni.

Segnaliamo che con questo fondo si concedono crediti a tassi bassi, per progetti seri, ben studiati e nei quali si produce un recupero di capitale per continuare a utilizzare il fondo. Nessuno dice che sia una via verso il socialismo, ma è senz’altro un grande passo in avanti, perché spaventa la burocrazia, perché assume dei rischi, perché si impone e crea lavoro, “moltiplica i pani” e non solo la domanda, insegna ai lavoratori a governarsi  e non solo a essere governati, porta speranza e impegno, facendo in modo che essi non si aspettino la liberazione , ma cerchino di costruirsela da soli.

* Riflessioni del Presidente Mujica sulle imprese autogestite (rivista “Polìticas”, maggio 2012). Tratto da: José “Pepe” Mujica – La Felicità al potere, a cura di C. Guarnieri, M. Sgroi,  Castelvecchi Litorali. p. 116)

bandiera europea

Wolfang Schäuble

Roma, 09/27/2020

Nella lettura di una selezione di discorsi di Wolfang Schäuble,  voluta dall’amico Carlo Forcheri, che ringrazio per questo lavoro e per avermelo segnalato, ho trovato molti spunti di riflessione su Europa,  crescita, sviluppo, rapporti tra società ed economia, ruolo dei media e degli intellettuali nel nostro Paese e anche sulla cooperazioneW.S. discorsi che pur non vi è citata, ma è al centro dei miei interessi e impegno.

Alla base del pensiero di Schäuble vi è una profonda spinta europeista e un’idea di politica del rigore che non è sacrificio per gli ultimi, ma presupposto per politiche di bilancio che siano pilastro di un progetto di sviluppo basato sull’economia sociale di mercato in una tensione sempre costruttiva per la realizzazione di armonia tra le forze del mercato e considerazioni di natura sociale dove “economia e società si appartengono in un’unicità”.

Un’armonia che non può nascondere la mancata crescita con il debito scaricato sulle future generazioni. Un’idea della stabilità di bilancio come fondamento di sviluppo duraturo, competitività e fiducia (elemento costitutivo dei mercati e dei rapporti tra cittadino e Stato). Insomma, se non hai i fondamentali a posto non potrai fare investimenti strategici e riforme capaci produrre ricchezza e benessere duraturi.

Viene subito in mente l’Italia che da oltre vent’anni si dibatte in una grave crisi di crescita, che si è fatta anche crisi sociale e democratica, perché incapace di rigorose e durature politiche di bilancio. Alla retorica delle riforme come sacrifico necessario, per altro sempre per gli stessi, fa da contraltare una politica demagogica e incapace di scelte che vadano al di là delle maggioranze che le hanno prodotte.

In questo modo la parola riforma è stata stuprata tanto che tutti hanno potuto definirsi riformisti ed a favore di riforme che in realtà non si realizzavano. Riformisti senza riforme e mancanza di un vero pensiero riformista che guardi al futuro, alla giustizia sociale ed alla felicità come un terreno necessario e possibile.

L’economia sociale di mercato – ci dice Scäuble – è una disciplina in continua tensione tra libertà, concorrenza e mercato da una parte, equilibrio e sicurezza sociale dall’altra [1].

Una tensione costruttiva che a mio avviso ben si attaglia anche al difficile equilibrio che l’impresa cooperativa deve costruire tra interesse mutualistico dei soci e solidità imprenditoriale a salvaguardia dei soci attuali, dei soci futuri e della comunità. Anche nell’impresa, a maggior ragione in quella cooperativa che non deve pensare solo alla massimizzazione del profitto, se non hai i fondamentali a posto non potrai fare investimenti capaci di consolidare il presente e rafforzare il futuro.

Molto interessante anche la riflessione sulle religioni, che da non credente ho trovato ampiamente condivisibile, e sulla necessità di valori etici e orientamenti perché, ci dice Schäuble, senza fondamento etico non potranno avere risposta le difficili domande del nostro tempo. E senza fondamento etico l’agire responsabile, sia in economia che in politica od in altri campi della vita, è difficilmente immaginabile. Così come è necessario mobilitare le forze che trasmettono fiducia a una comunità  come le nuove forme di auto-organizzazione dei cittadini che vogliono darsi da fare per la comunità [2].

Tra queste forme, aggiungo io, la più antica e nello stesso tempo la più innovativa è certamente la cooperazione che ha dimostrato di essere strumento funzionale a rappresentare, mediare e soddisfare bisogni diversi come quelli che, solo per fare un esempio, si manifestano nella gestione dei Beni Comuni.

Come avrete capito non è mia intenzione fare una recensione del libro, alla cui lettura vi invito, ne tantomeno avere l’ambizione di rappresentare il pensiero complesso e quindi inevitabilmente controverso di Wolfang Schäuble che ne emerge, ma condividere alcune riflessioni.

Il libro mi ha restituito un senso di inadeguatezza del ceto politico nostrano (troppo facile e scontato direte voi!) e più in generale dei media e degli intellettuali italiani che, che malati di shortermismo e retroscenismo  non riescono a trasferire ai cittadini uno scenario comprensibile né tantomeno contribuire a un dibattito all’altezza delle sfide e capace di riflessione, analisi, proposta. Insomma di contribuire alla costruzione di un disegno strategico che guardi al futuro.

Mi sono chiesto come mai, pur essendo un discreto lettore, mi fosse sfuggita la complessità di questa figura? Quanto spazio occupa nel nostro dibattito pubblico l’approfondimento della politica europea ed estera? Quanto spazio occupa il confronto delle idee? Poco e troppo spesso piegato a logiche di battaglia politica “locale”.

Ciò rafforza la mia convinzione, di cui ho più volte parlato e scritto, che la crisi italiana sia soprattutto una crisi culturale che ci blocca in un eterno presente privo di pensiero e quindi di visione per il futuro e per le generazioni che lo abiteranno.

Da qui si deve ripartire e ritengo che il pensiero e l’agire cooperativo molto possa dare in questa direzione.

Non basta però gongolarsi nella bellezza e attualità dei propri valori e principi perché i principi non si predicano ma si praticano e, nella temperie di questi tempi difficili, anche il movimento cooperativo ha bisogno di ricordarsi che solo la solida costruzione di un progetto strategico di medio-lungo periodo potrà offrire la rotta anche per le difficili scelte di breve periodo.

[1] Discorso tenuto di fronte alle fondazioni Konrad Adenauer e Ludwig Erhard il 18 maggio 2017. Wolfang Scäuble, Discorsi 2009-2017, pag. 115.

[2] Discorso tenuto alla riunione annuale del Tönissteiner Kreis a Berlino pubblicato il 24 gennaio 2009. Wolfang Scäuble, Discorsi 2009-2017, pag. 33-39

 

Ventimiglia

Promuovere cooperazione per promuovere sviluppo sostenibile.

L’Italia da tempo non conosceva una vera strategia per lo sviluppo che fosse fondata su conoscenza, studio, convolgimento, partecipazione, strumenti e dotazioni economico finanziarie adeguate. La Strategia Nazionale Aree Interne, pensata dall’allora Ministro Barca e da un gruppo di validissimi collaboratori, segna un punto di svolta per le aree interne e le tante fratture del Paese che vanno ricomposte, ma anche per il metodo adottato che può andare oltre questa esperienza se si vuole uno sviluppo armonico che credo sia l’unica vera idea di sviluppo possibile.

Molto è stato scritto su questi temi, consiglio la lettura del “Manifesto per riabitare l’Italia” da pochi giorni in libreria e mi limito a richiamare alcuni elementi che mi servono per il ragionamento che voglio condividere con Voi sul ruolo che la cooperazione può svolgere per lo sviluppo sociale ed economico del Paese.

Manifesto per riabitare l'Italia

Manifesto per riabitare l’Italia

Gli elementi chiave della strategia mi paiono la considerazione che Vi siano alcuni elementi propedeutici e abilitanti allo sviluppo, servizi di cittadinanza che sono fondamentali affinché una comunità possa essere generativa come: l’accesso all’istruzione, ai servizi sanitari e ai collegamenti infrastrutturali (materiali e immateriali). A questo si affianca un metodo partecipativo per individuare risorse più o meno latenti e definire gli obiettivi della comunità.

Questo impianto dialoga naturalmente con i valori e i principi cooperativi, ne condivide le finalità ed il senso, definisce un’idea di società aperta, equa, inclusiva, capace di valorizzare le proprie diversità e per questo più dinamica. Un modo nuovo di guardare allo sviluppo che assume come punto di vista, cui orientare le politiche, quello del benessere delle persone. Detto così sembrerebbe quasi ovvio, cosa dovrebbe fare la politica se non impegnarsi per il benessere dei cittadini? Ma pensate all’esperienza concreta ed a cosa, in questi ultimi anni, ha orientato le scelte di destinazione delle risorse e la loro reale efficacia in termini di benessere e di sviluppo. Un’idea di razionalizzazione che ha abbassato la qualità media dei servizi fondamentali, non ha prodotto efficienza e risparmio né tantomeno l’agognato sviluppo.

Bisogna darsi da fare per definire un nuovo impianto culturale entro cui costruire nuove strategie, quindi la neonata associazione annunciata con il Manifesto è davvero benvenuta!

Ma noi cosa possiamo fare? Questa è la domanda naturale per coloro che, come i cooperatori, hanno deciso di voler incidere direttamente sulla realtà con il proprio agire concreto.

L’esperienza maturata in Liguria con la promozione cooperativa ed in particolare delle cooperative di comunità, prima che la loro importanza e capacità di incidere sul destino dei luoghi diventasse sentire comune, mi consente di tracciare alcuni spunti che spero utili per il dibattito e l’azione.

Il principale insegnamento è che i territori sono ricchi di asset inutilizzati e che il principale di questi siano le persone con il loro bagaglio di saperi, di valori, di legami sociali. Il primo obiettivo è quindi attivare le persone attraverso il dialogo e la costruzione di relazioni.

Il lavoro fatto da Legacoop Liguria, ed in particolare da Roberto La Marca, per far emergere dal confronto con le comunità, competenze, punti di forza, legami sociali ha dimostrato l’importanza di stare sul territorio in modo competente, conoscerlo e riconoscervisi. Un’azione maieutica capace di attivare protagonismo, individuare risorse latenti materiali ed immateriali, promuovere leadership locali, reti di relazioni, progettualità. I numeri sono chiari e dicono che se ci sei, sai ascoltare e consigliare puoi agevolare dei processi di sviluppo e di innovazione.

Un lavoro di animazione il cui successo responsabilizza il movimento e dimostra la forza dello strumento cooperativo per attivare processi di sviluppo a partire dalle comunità.

Il pensiero mainstream ha spesso rappresentato la cooperazione come uno strumento non adeguato per affrontare la contemporanee dinamiche competitive. Processo che ha avuto il suo apice negli anni ’80 del novecento quando in molte legislazioni si introdussero modifiche per consentire la trasformazione societaria. In Gran Bretagna, per esempio,  fu consentito nel 1986 e portò anche alla trasformazione della Halifax Building Society in S.p.A.  La Halifax, cresciuta come società cooperativa con successo nel credito immobiliare in oltre centocinquant’anni di storia , dopo alcuni anni dovette essere assorbita da un’altra banca per le gravi perdite accumulate da un management tutto orientato ai profitti di breve periodo che occulto per lungo tempo le perdite accumulate.

Questo esempio mi serve per dire che lo strumento cooperativo ha caratteristiche tali da renderlo adatto ad ogni settore dell’economia con una tastiera molto ampia di punti di forza che a volte ci si “dimentica” di utilizzare perché forse si subisce il fascino e la “pressione” del pensiero mainstream.

Nel caso specifico dello sviluppo territoriale quali sono questi punti di forza?

In sintesi perché il pezzo si è fatto lungo:

  1. il naturale riferirsi, il riconoscersi negli interessi della comunità (7° principio  ) ed il radicamento in essa fa dell’impresa cooperativa un modello orientato alla creazione di valore per la comunità (e non all’estrazione);
  2. la possibilità di assumere in sé diversi obiettivi (scambi mutualistici) e di rispondere a più interessi (multi-stakeholders), ad esempio quello dei lavoratori, dei cittadini utenti,  delle imprese del territorio, ne fa un soggetto particolarmente adatto per gestire processi complessi di governo con una funzione d’interesse collettivo e di sussidiarietà rispetto al pubblico;
  3. la democrazia interna (2° principio) rafforza la capacità di gestire processi complessi e di costruire, attraverso la partecipazione, scelte attente ai diversi bisogni. Nulla di più potente che costruire obiettivi condivisi può consentire il buon esito di un’intrapresa. Certo non è un pranzo di gala e non sono consentite scorciatoie! Nel caso si va fuori strada.
  4. la democrazia e la compresenza di interessi diversi, a volte anche potenzialmente contrapposti come potrebbero essere quelli di dipendenti ed utenti, fa dell’impresa cooperativa un modello longevo che naturalmente guarda al lungo periodo. Esattamente il contrario dello shortermismo che è tra le cause della mancata crescita che da decenni contraddistingue il nostro Paese. Il passo dell’impresa cooperativa non è quello veloce del centometrista, ma quello lento e faticoso del maratoneta che, seppur diversamente, raggiunge anch’egli risultati straordinari.

Possiamo essere tra i protagonisti di una nuova idea di Italia però bisogna crederci e volerlo. Noi ci crediamo!

 

Nuovo Sito per Coopstartup

Coopstartup, programma nazionale per la promozione di startup cooperative, non è solo un insieme di bandi, ma la realizzazione di processi di formazione, accompagnamento e accelerazione di nuove idee imprenditoriali proposte da gruppi e neocooperative.
Una sperimentazione innovativa che fin dal 2013 ha saputo fare sintesi delle migliori prassi di promozione d’impresa e costruire un modello specifico per la cooperazione che ha anticipato metodologie che con il tempo sono andate consolidandosi ed affermandosi anche in altri contesti. Ogni singolo progetto è un unicum che costruisce nuove relazioni, adatta il metodo agli obiettivi e alle esigenze del territorio o del settore interessato sperimentando, di volta in volta, strumenti innovativi che contribuiscono all’esito del singolo progetto e arricchiscono la metodologia più generale in un processo di miglioramento e innovazione continua. Un processo, aperto, partecipato, dinamico.
Con Coopstartup abbiamo attivato più di 20 progetti territoriali, ricevuto, valutato e sostenuto centinaia di idee imprenditoriali presentate da gruppi provenienti da tutta Italia che hanno dato vita a 46 startup cooperative vincitrici. Abbiamo creato una serie di relazioni tra giovani e meno giovani, tra il sistema cooperativo e il mondo delle imprese, delle istituzioni pubbliche, delle università e della ricerca.
Abbiamo pensato che il valore creato andasse sempre più condiviso, messo a sistema, aperto a nuove partnership e che potessimo farlo attraverso la trasformazione del nostro portale che oltre a mantenere la sua funzione di servizio ai bandi, diviene un luogo dove discutere, riflettere, approfondire e conoscere le esperienze attivate e le tante realtà che ruotano intorno al mondo della nuova cooperazione.
Per queste ragioni abbiamo riprogettato coopstartup.it . Abbiamo creato un sito che oggi è capace di dare risalto immediato alle opportunità e bandi in corso, di ospitare contributi e riflessioni dal mondo della cooperazione e dell’innovazione anche internazionale, di raccontare e moltiplicare storie di lavoro di qualità.
Nuove sezioni, nuovi contenuti e una rivoluzionata veste grafica.
Crediamo che fermarsi ai successi ottenuti non sia abbastanza, è fondamentale rilanciare non solo ripartire. La cooperazione non si ferma vuol dire anche questo per Coopstartup. Spero che lo troviate utile e che vogliate contribuirvi con storie e contenuti da condividere e approfondire. Insieme potremo costruire uno spazio nuovo e arricchire la nostra comunità.

Pubblicato su: https://www.coopstartup.it/conversazioni/nuovo-sito-per-coopstartup/

Il movimento cooperativo per lo sviluppo del Paese

Pubblico qui una lettera inviata ad inizio dicembre 2019 a Claudio Cerasa – direttore del Il Foglio – contenente alcuni spunti di riflessione sul modello di sviluppo, il ruolo delle relazioni e dei legami territoriali, delle imprese e di quelle cooperative in particolare.

Carissimo Direttore,

l’articolo “L’Italia ferma” a firma di Renzo Rosati, pubblicato sul Foglio del 30 novembre e 1 dicembre u.s., di cui nel complesso condivido il ragionamento, contiene un passaggio che potrebbe trarre in inganno il lettore circa il ruolo dell’impresa cooperativa e per questo mi permetto d’inviarTi questa mia.

Le modalità con cui si presenta la riforma delle banche di credito cooperativo come esigenza di rafforzamento del sistema imprenditoriale italiano di cui, giustamente, si denuncia il nanismo potrebbe infatti indurre il lettore ad intendere che l’impresa cooperativa sia meno performante rispetto ad altri modelli d’impresa.

I modelli d’impresa non sono “validi” di per sé e non ne esiste uno migliore di altri. Le performance vanno misurate rispetto ai fini che possono essere e sono differenti.  L’impresa cooperativa, che non ha come finalità la massimizzazione del profitto ed ha nel capitale un mezzo e non un fine, ha dimostrato nei suoi centosettantacinque anni di storia di saper competere e creare nuovi mercati. La sua è infatti una storia d’innovazione dei modelli d’impresa, dei mercati e dei rapporti sociali sottostanti. Il calabrone vola!

In particolare, seguendo il filo logico dell’autore, che individua nel nanismo delle imprese uno dei principali problemi del sistema Italia è facile notare come una delle caratteristica dell’impresa cooperativa è la (assai) maggiore dimensione media. Un punto di forza che andrebbe maggiormente sfruttato dal sistema paese.

La riforma delle BCC aveva come obiettivo il rafforzamento patrimoniale del sistema, a fronte delle difficoltà che dall’economia reale si sono riverberate su tutto il sistema bancario (non prioritariamente sulle banche di credito cooperativo) con l’esplodere dei crediti non esigibili (variamente e assurdamente denominati in modo che i risparmiatori non ci capiscano nulla). La discussione si è sviluppata attorno alla difficoltà di conciliare un migliore accesso per le BCC al mercato dei capitali (difficile se non impossibile per la forma cooperativa) con l’esigenza di non snaturarle determinando l’impoverimento dell’ecosistema imprenditoriale che, come tutti gli ecosistemi, ha bisogno di varietà di specie.

Il cosiddetto capitalismo relazionale o di territorio ha sorretto il sistema della piccola e media impresa e con esse tanta parte delle nostre comunità arrivando dove il sistema del credito “SpA” non arrivava.  Il pensiero mainstream, immaginando un inesistente mercato astratto e di per sé efficiente, ha sottovalutato se non osteggiato questo ruolo che, al contrario, nella crisi ha dimostrato tutta la sua importanza economica e sociale. Una riflessione sul senso dell’agire economico si è aperta a tutti i livelli con il crescere della consapevolezza che bisogna cambiare strada senza buttare il bambino (la libertà d’impresa) con l’acqua sporca (i limiti di un modello economico sradicante per tante persone).

Le imprese cooperative non negano il ruolo delle altre forme d’impresa, cui anzi ricorrono quando serve, al contrario vengono spesso messe in discussione in modo ideologico senza riconoscerne il ruolo e i tanti casi di successo anche di cooperazione tra imprese ed imprenditori.

Anche il tema della diffusa infedeltà fiscale toccato dall’autore è condivisibile e alle più note disfunzioni pubbliche potremmo affiancare responsabilità nel nanismo dell’impresa italiana. Trovo infatti che parte di esso sia determinato dalla scelta di non crescere nella dimensione e nel mercato competitivo per potersi accomodare nella comfort zone dell’evasione fiscale e del contenimento fraudolento dei costi. Un tema che, a mio giudizio, sarebbe bello e utile indagare. Anche da qui quindi l’esigenza di un contenimento della pressione fiscale sul lavoro e sulle imprese e di una lotta all’evasione sostanziale e non procedurale. Così libereremo le imprese dall’oppressione burocratico-formalistica cui sono sottoposte! Con la massa di dati a disposizione sappiamo che è possibile e le politiche industriali si fanno anche con un sistema fiscale moderno ed efficiente!

Questa comfort zone è preclusa alla “buona” cooperazione (come sappiamo esiste anche quella falsa perché non è la forma che fa “buona” l’impresa, ma la modalità con cui la si pratica) che, infatti mediamente se confrontata con altre imprese di pari dimensioni ha una contribuzione al gettito fiscale maggiore.

Altre argomentazioni si potrebbero portare, non credo però di poter abusare oltre della Tua attenzione e cortesia. Non ho scritto questa righe per una pubblicazione ma, per la stima che ho come lettore rafforzata dalla breve chiacchierata fatta a Genova in occasione dell’Assemblea di ANCE, nella speranza che possa essere per Te e per il Tuo giornale spunto di riflessione, stimolo ad indagare sul ruolo che il movimento cooperativo può e potrebbe svolgere per il rilancio di moti settori e con funzioni diverse (dal manifatturiero all’impresa di comunità solo per citare i due estremi). Apprezzo, infatti un modo di fare giornalismo caratterizzato da opinioni sempre sostenute da attento studio e osservazione dei fatti, non il commento del commento, ma l’analisi critica.

Nella speranza di aver fornito utile spunto e che ci possano essere ulteriori occasioni d’incontro Ti invio i migliori saluti.

Gianluigi Granero

Imprese salvate dai lavoratori. Un racconto di lavoro che crea lavoro.

Roma, 4 novembre 2019

Teatri Uniti realizzerà (anche con il sostegno di Coopfond) un docufilm sulle imprese recuperate o workers buyout.

Un fenomeno in crescita su cui bisognerebbe ragionare di più come possibile attrezzo da inserire nella “cassetta” delle politiche industriali. Ha infatti dimostrato nel tempo capacità di rilanciare in forma cooperativa imprese in crisi o in difficoltà nel passaggio generazionale.

Se chiudi ti compro

Per approfondire:

Workers Buyout interventi di Coopfond al 2018

Da operaio a imprenditore quando i lavoratori rilanciano l’impresa. Ricerca Forum Diseguaglianze e Diversità.

Workers Buyout un fenomeno in crescita. Banca dati Italia Lavoro – Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Se chiudi ti compro. Recensione del Centro Studi Cooperativi Danilo Ravera.

 

Ambiente e sviluppo: l’obbligo di tenerli insieme.

Nel 2014 scrivevo quest’articolo a proposito della vicenda della centrale Tirreno Power di Vado Ligure. Al di là del fatto specifico, mi pare che il pensiero di fondo mantenga sempre di più il suo valore e quindi lo ripropongo.IMG_0870

In generale ritengo opportuno non commentare vicende giudiziarie, tanto meno quelle in cui è impegnato professionalmente mio padre, perché il rischio (la quasi certezza) è che la strumentalizzazione abbia la meglio sul merito ma, la straordinaria gravità della situazione impone alcune riflessioni sia di carattere generale sia nello specifico che provo ad esporre per punti.

 

Sviluppo sostenibile, ambiente e salute.

Questo è il grande e difficilissimo tema che dovrebbe essere al centro della politica contemporanea ma, impegnati come siamo in continue battaglie tra Guelfi e Ghibellini prendiamo posizione ma non troviamo, pragmaticamente, soluzioni.

È fuori dubbio che non è possibile barattare salute con lavoro (quanta strada ha fatto il Sindacato italiano dalle lotte per la “penosa” quando la salute veniva monetizzata!).

In questa vicenda, come afferma il Gip nel decreto di sequestro, le tecnologie avrebbero potuto molto migliorare gli impatti ambientali ed invece siamo sprofondati nel dramma.

Il Presidente Burlando, in verità, aveva “imposto” una soluzione pragmatica che scontentando tutti, comitati ed impresa, tentava la via degli investimenti tecnologici per rendere il più possibile compatibile la presenza di un grande impianto industriale con la salute e la qualità della vita ma ciò non è avvenuto.

Ci resta il triste gioco delle tante verità ed il dramma dell’ennesimo colpo mortale al nostro sistema industriale con centinaia posti di lavoro, competenze ed humus imprenditoriale distrutti.

In questa vicenda ci sono tutti gli elementi della crisi italiana:

– prima di tutto un sistema incapace di decidere; schiacciato tra norme confuse, responsabilità troppo diffuse e sovrapposte da non essere mai chiare e certe, un sistema giudiziario lento e farraginoso cui si ricorre o si delega eccessivamente, intasandolo, come continua surroga alle inefficienze complessive;

– l’incapacità di capire che, pur in un quadro di apertura ai mercati ed ai capitali stranieri, che chiamerei di collaborazione competitiva, è necessario e doveroso difendere l’italianità del sistema produttivo, in particolare in settori strategici tra cui l’energia (come fanno tutti a partire da: Francia, Germania, Stati Uniti, per non parlare di Cina e Russia!). Noi invece no. Ci pare più figo dire superficialmente che bisogna essere aperti alla concorrenza dimostrando provincialismo e pochezza. Così, solo per fare un po’ di polemica in controtendenza, ci siamo giocati BNL e Parmalat (in entrambi i casi si potrebbe dire molto sulle conseguenze nefaste per il Paese ma non è ora la sede).

D’altronde non è per noi una novità andare a cercare il Principe straniero che poi, ovviamente, sia fa i casi suoi!

– in tutto questo gioca un ruolo straordinario la debolezza della politica che, a prescindere dai singoli, non è più in grado di definire un disegno strategico, costruire ed avere consenso e fiducia. Servono idee, progetti ed un pensiero lungo che la politica italiana da molti decenni non riesce più ad esprimere. Il movimento cooperativo, nel suo piccolo, anche su questo prova a dare un contributo.

– ultimo, ma non ultimo, la mancanza di un diffuso senso etico che per i singoli significa onestà, moralità, senso del dovere e dell’interesse generale, per le imprese responsabilità sociale. Senza tutto questo, senza un profondo e diffuso senso della legalità, potremo fare molte leggi ma non rilanceremo, il Paese. Il difficile è che non riguarda gli altri ma interroga ognuno di noi!

 

La ricerca delle responsabilità (presunte) spetta alla Magistratura ma, la politica è chiamata alla ricerca di una soluzione e qui non può essere che il Governo che in un confronto rapido, chiaro e trasparente con le istituzioni locali e, per quanto possibile, con il supporto della stessa Magistratura, individui un percorso che porti alla realizzazione degli investimenti necessari a far ripartire gli impianti.

Come ho detto ho grande rispetto per le regole, che sono il fondamento del vivere civile, è però necessario non confondere il rispetto delle norme con la sovranità di procedure bizantine e burocratismi inutili che nascondono inefficienze, tempi incompatibili con la vita delle imprese e dei cittadini, mancanza di assunzione di responsabilità. Qui è necessario da parte di tutti orientamento al risultato e capacità di decisione; ne va dello sviluppo di una provincia già molto colpita da un processo di de industrializzazione che deve essere fermato.

È necessario non lasciarsi sprofondare nel  dramma mettendo in campo investimenti, ricerca, innovazione tecnologica per promuovere un nuovo modello industriale.

Difficile? Si molto difficile! Serve coesione, assunzione di responsabilità, trasparenza, competenza. Ma un grande paese industriale come il nostro ha la forza per farlo!

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Le cooperative di comunità: tra innovazione sociale e cittadinanza attiva.*

9ea4ebbf-9ab7-471d-8f68-0ceda42ec2c1Non è ancora fatto politico, ma stanno crescendo nuove esperienze di cittadinanza attiva che provano, nel gran disastro civile del paese, a guardare al futuro. Le cooperative di comunità sono parte di questo universo di buone pratiche e di ricostruzione di valori comunitari. Ciò che le caratterizza è il mettere al centro della propria azione l’interesse della comunità più che l’attività svolta a favore soprattutto dei soci. Ciò rimanda a un quadro assai diversificato tra servizi alla persona, agricoltura, ambiente, cultura, turismo, gestione di beni comuni. Un’ibridazione organizzativa e funzionale non ancora riconosciuta dal legislatore e non priva di fragilità e difficoltà imprenditoriali.  Eppure al centro di una sempre più fiorente attività di studio e ricerca proprio per il grande potenziale che incorpora e per la capacità che sta dimostrando di incidere positivamente sul destino dei luoghi.

In realtà è un fenomeno non nuovo.  La stessa società dei Probi Pionieri di Rochdale (1844), da cui si data la nascita del movimento cooperativo moderno, considerata soprattutto finalizzata al consumo, è invece da leggersi come una realtà più ricca e articolata con al centro innanzitutto la possibile emancipazione di una comunità.  Così come il più recente e straordinario affermarsi della cooperazione sociale ha proprio tra i suoi fondamenti, riconosciuti anche per legge, il favorire l’inclusione e il ricomporre il tessuto comunitario.  Quindi potremmo dire che è una sorta di ritorno alle origini. Ma con forti elementi innovativi.

Nelle differenze ci sono comunque importanti caratteristiche comuni:

  • il prevalere di esperienze che partono dai margini, dalle periferie urbane o territoriali (le aree interne) connotate da forti criticità (shock) che innescano una reazione nella ricerca di soluzioni autorganizzate ed autogestite. L’innovazione sociale ha quindi nelle periferie un luogo di sperimentazione, vivacità e azione di straordinario valore ed interesse nella ricerca di soluzioni e opportunità di sviluppo sostenibile;
  • la presenza di risorse latenti (ambientali, culturali, sociali) che possono essere attivate attraverso la capacità di ricombinazione di innovazione;
  • l’importanza del capitale sociale, risorsa capace di attivare, in un’azione generativa, gli altri asset del territorio. Molte cooperative nascono come spin-off di realtà associative (Pro Loco, volontariato sociale o culturale, ecc.) con cui spesso continuano a convivere e cooperare in una logica di divisione dei compiti. Rilevante risulta altresì il ruolo dei Comuni, degli Enti Parco e delle diverse realtà territoriali (con funzioni di promotore o facilitatore) e la forte capacità (senza eluderne le difficoltà che pur vi sono) di cooperazione tra i diversi attori istituzionali, sociali, economici che fa delle cooperative di comunità l’attivatore di un’azione collettiva;
  • la capacità di partire dai valori tradizionali e del territorio per ricombinarli con innovazione sociale e tecnologica (apertura e non chiusura difensiva);
  • l’intenzionalità dell’azione in cui le ricadute positive per il territorio diventano il fine;
  • la capacità di affermarsi come agenti d cambiamento del contesto in cui operano.

Anche la realtà ligure sta conoscendo il fiorire di questo fenomeno sia in contesti urbani (come avviene con la cooperativa Il Ce.Sto che opera nel centro storico di Genova, promuovendo il riuso a fini sociali e culturali di spazi sottratti all’abbandono ed al degrado, o con cooperative che si pongono l’obiettivo valorizzazione di beni comuni), sia  nelle aree interne (come per esempio avviene a Mendatica con una cooperativa che operando nel turismo sostenibile e nella valorizzazione del territorio si pone l’obiettivo di contrastare lo spopolamento occupando giovani e giovanissimi che in alcuni hanno anche deciso di “ritornare” a risiedere e lavorare nel loro paese). Le esperienze liguri si concentrano soprattutto su turismo, agricoltura, cultura e sociale, ma nella dimensione nazionale ed internazionale stanno emergendo fenomeni di rigenerazione urbana (anche in questo caso non solo nelle aree interne) con fenomeni di ripopolamento di assoluto interesse. In Liguria è questo il caso della cooperativa Ture Nirvane che attraverso un’azione sinergica tra un’associazione di abitanti e la cooperativa costituita da una parte di essi, ha recuperato e riabitato l’intera frazione di Torri Superiore (Ventimiglia) realizzandovi un ecovilaggio.

La centralità del capitale sociale è il punto chiave di tutti questi progetti attorno a cui è necessario ragionare in una logica di politiche per lo sviluppo locale. Le reti di relazione, le capacità delle persone di unire competenze ed impegno in un progetto, necessariamente di lungo periodo, per migliorare la vita della comunità sono gli elementi su cui costruire delle policy per rafforzarle, sostenerle, farle emergere in tutto il loro valore.

Il successo del lavoro di animazione svolto da Legacoop Liguria (iniziato ben prima che il fenomeno emergesse e venisse riconosciuto in tutto il suo valore) dimostra l’efficacia, anche evocativa, della cooperativa, la sua capacità di mobilitare risorse e sviluppare interesse verso un nuovo modello di sviluppo sostenibile. Dimostra altresì che a fare la differenza sono sempre le persone, le capacità di leadership che emergono, la cultura del territorio, il tessuto di relazioni sociali. Che è anche un buon insegnamento per la politica.

*Articolo pubblicato sul numero 10 de La Città, giugno-luglio 2019

Ideas are like diamonds! I giovani e la cooperazione.

Foto Anna Manca

Aprile 2012 Gianluigi Granero e Paola Bellotti (foto di Anna Manca)

 

In questi giorni, risistemando vecchie cose, mi è tornato casualmente tra le mani l’intervento che tenni il 23 aprile 2012 a Bruxelles in occasione dell’Assemblea Generale di Cooperatives Europe. Il mio unico intervento in un’assise internazionale che, inutile negarlo, m’inorgoglì e spronò a proseguire in un lavoro di lunga lena per promuovere l’incontro tra le giovani generazioni e la cooperazione.  Ci sono parti del nostro lavoro che ci stanno particolarmente a cuore e che ci appassionano, questa lo è certamente per me, convinto come sono che la cooperazione possa essere uno degli strumenti per la creazione di buona occupazione e di emancipazione per generazioni che, allora come oggi, pagano più di tutte i cambiamenti in atto. Nello stesso tempo la cooperazione, nel suo complesso, ha bisogno come l’aria dell’intelligenza e dell’energia innovatrice che le giovani generazioni naturalmente portano. Impostammo un lavoro lungo e articolato, le cui azioni proseguono ancora oggi producendo frutti interessanti, che credo mantengano il loro valore. Per questa ragione mi sono convinto a riproporvelo. Ai risultati ha contribuito, tra gli altri, Paola Bellotti che vedete nella foto al mio fianco (in questo caso per sfruttare la sua ottima conoscenza delle lingue in caso di necessità) e che, forse anche grazie ai progetti europei avviati proprio a seguito di questa programmazione, tra poco andrà a lavorare per ICA (International Cooperative Alliance). Una bella soddisfazione per Lei e per tutti noi!

L’intervento:

Dear Mr Niederlander, dear cooperators, thank you for the extraordinary opportunity that you give us to explain our project during this important assembly.

Our project moves off the idea that cooperation could be a wonderful means to give hope to youth and that society (most of all in old Europe) needs talent, energy, freshness of young people. But we know that ideas are like diamonds. It’s necessary to work steady to have a good result. We think that a good result is to contribute to a new phase of fair development through the fortification of european spirit and institutions. Development today has to do with a number of factors, dealing with how much our system will be able to rethink itself and to open up to new ideas, creating a fertile soil for new initiatives. These factors are:

  • creativity
  • contamination
  • generation mix

All these factors are assets among our young generations and we should leave them to express themselves if we want to have a future.

Europe (and Italy in particular) are getting old. In Italy demographic growth depends highly on migrants. In Liguria the rate of population between sixty-five and seventy-nine years old is higher that nationally. The brain drain is an effect of the lack of opportunities. In Liguria this problem is much bigger than in Italy and a lot of young graduates must leave Genoa to work in other italian cities or in other countries. I think that to make experiences in other countries is a beautiful thing but it should be an opportunity, a choice, and not the only way to have a chance. In addition in Italy people defined as “N.E.E.T.” (not in education, employment or training) are growing. All these factors make us think that it is necessary to do something and that cooperation can be really useful to contribute to a “smart, sustainable and inclusive growth”. First of all working for the “Knowledge – based economy”, through the creation of more favourable conditions for research and development, improving the quality of the education system and opportunities for young people in the job market. We can be useful if we give value to our roots – for example, going back to our historical role providing opportunities to the oppressed – in our age the young people – for their emancipation in society and going back to our historical international vision and network.

The project will study the context in which young people can express their skills and talents, organizing an international platform for the exchange of experiences and idea with the objective of nurturing the growth of new and innovative cooperatives, following and supporting the process. We already have a successful initiative with high school students. The students are involved in coming up with cooperative ideas and studying the best business model in order to present the idea as a proper start up. Every year we give an award for the best ideas. I can really say that the projects they present are extraordinary and in some cases they want to continue the work!

If we want to connect young people we have to get in touch with the places where young people study, work, or have fun such as:

  • universities
  • student organizations and associations
  • vocational high school system
  • social networks and internet world

But it’s also necessary to make them protagonist, starting from our own organization. We shouldn’t work for young people but with young people.

As I said, we have three objectives:

  1. create opportunities for young people to express and use their skills and talent supporting the creation of innovative cooperatives. They could also be european cooperatives provided we can improve european regulations;
  2. to foster the creation of a common european consciousness among young people living and working in Italy and in other connected european countries. We are going through a crisis that, in the worst case, might put into question even the existence of the european project. At the same time the solution of the crisis is in a stronger Europe. This is indeed a hefty task. Also, it is a responsibility that we cannot afford to pospone further. Cooperative culture has always been built through international relationships, cooperative thinkers have always been in contact through different countries. Young people are naturally open to the world. looking for a point of contact between youth and cooperation can be useful to fortify european spirit;
  3. the third objective is to create an enduring network of Institutions and european organizations interested in fostering young people’s initiative in creating innovative cooperatives.

To reach these very ambitious objectives we must:

  • map needs, priorities, bottlenecks, drivers of youth involved in enterprise development, identifying potential training opportunities. With the help of the local chamber of commerce we have already started this work that it should be ready in a few months;
  • train and tutor young potential cooperatives leaders in enterprise development techniques, developing their skills and talents;
  • organise a meeting – in Genoa, at first but hopefully in the future in other cities or countries – transmitted on line to match ideas, experiences, knowledges. The first meeting could be the next september in Genoa.

So, we have a lot of things to do, but ideas are like diamonds!

Thank you for your attention.

 

 

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