“Tre indizi fanno una prova”! Questo ho pensato nei giorni scorsi quando Annalisa Casino, dopo aver letto da questo blog Democrazie alla prova delle complessità mi ha detto: “interessante! La prossima volta potresti provare a misurarti con il tema della parità di genere” che, in effetti, molto ha a che fare con la democrazia. Qualche giorno dopo Francesca Zarri, dialogando su sostenibilità e “Pacchetto Omnibus“, a sua volta mi sollecitava a riflettere sull’impatto delle politiche di genere. Ultimo ma non ultimo sul profilo Linkedln di Giovanna Badalassi trovavo la presentazione di: Signora Economia – guida femminista al capitale delle donne della stessa Badalassi e di Federica Gentile.

Insomma c’era bisogno che io approfondissi e non lasciassi cadere gli indizi essendo probabile archetipo degli stereotipi di genere, questo insomma mi stavano suggerendo gli indizi e le mie interlocutrici. Quindi, sfruttando la settimana passata in ferie nelle Dolomiti, ho letto il libro, edito da Le Plurali – libri femministi per menti curiose – di cui, confermando che gli indizi erano corretti, confesso che non conoscevo l’esistenza.
Il libro, ricco di dati ed informazioni dettagliate, offre una prospettiva critica sulle cause economiche della disuguaglianza di genere, diseguaglianze che potranno essere colmate tra 134 anni, si avete capito bene 134 anni! Il dato riportato nel volume è tratto dal Global Gender Gap Report 2024 (ivi pag. 20).
Il punto di partenza dell’analisi proposta è che la struttura patriarcale abbia storicamente relegato le donne a ruoli domestici, influenzando il loro rapporto con il denaro e il lavoro. Le autrici, tra le altre cose, evidenziano l’importanza del lavoro di cura non retribuito, un valore economico spesso nascosto che sostiene la società e discutono del ruolo delle donne nel mercato del lavoro retribuito, affrontando temi come il divario salariale di genere (1) e le sfide legate alla maternità.
Temi rilevanti e sfidanti soprattutto per un cooperatore. La cooperazione, infatti, è stata pioniera di cambiamento e ha avuto un ruolo fondamentale nel promuovere l’inclusione e l’autonomia femminile. Un esempio straordinario arriva dalla cooperativa dei Probi Pionieri di Rochdale, fondata nel 1844, che ammise tra i suoi soci Elisabeth Berkley, garantendo il diritto di voto ben prima del suffragio universale (che nel Regno Unito arrivò nel 1918 ed in Italia nel 1946) e introdusse anche un principio rivoluzionario di autonomia economica per le donne.
Infatti, i depositi nella cooperativa intestati alle donne non potevano essere ritirati dai marito. In un epoca in cui le donne, come ci spiegano le autrici, non avevano il controllo sui propri beni a causa della Coverture, il concetto di common low inglese, in vigore dal Medioevo all’Ottocento, secondo cui lo stato giuridico di una donna sposata (feme covert) era subordinato a quello del marito (ivi, pag. 21). La cooperativa segno così un passo straordinario verso l’indipendenza economia delle donne, anticipando di decenni le riforme sui diritti patrimoniali.
Per la cooperazione oggi la sfida è mantenere accesa la fiaccola dell’innovazione e dei diritti continuando il proprio percorso di innovatori in campo economico e sociale.
Quando nel mio ruolo precedente di dirigente di Coopfond, supportai Annalisa Casino, Barbara Moreschi e la Commissione Pari Opportunità di Legacoop nella costruzione del bando CoopstartupHer mi colpì la ricchezza di buone pratiche portate dalle cooperatrici che ci affiancarono nella progettazione e voglio citare l’esempio che mi fece Franca Guglielmetti, in allora presidente di Cadiai, che mi ricordò come nella loro esperienza di cooperativa, a base sociale prevalentemente femminile ma che storicamente esprimeva una governance in maggioranza maschile, era stato sufficiente modificare gli orari dei consigli di amministrazione, non convocandoli più oltre l’orario di lavoro, per far crescere la disponibilità delle socie a mettersi in gioco, grazie alla possibile conciliazione con i carichi familiari.
Un gesto semplice e di grande efficacia che mi fece riflettere su quanto piccole cose apparentemente non rilevanti, se guardate con l’occhio di un uomo, possano in realtà produrre effetti significativi e duraturi. Non mi è sembrato affatto banale.
Oggi molte imprese sono impegnate nella certificazione di genere (ivi pag. 56) e tra queste molte imprese cooperative, un valore ed un’esperienza con grandi potenzialità trasformative di cui nel volume si da conto senza nasconderne i limiti.
Il saggio esplora inoltre concetti come la “segregazione spaziale”, illustrando come gli stereotipi di genere influenzino la distribuzione delle donne nei diversi settori lavorativi e come le infrastrutture urbane possano rappresentare ostacoli alla loro piena partecipazione economica. Le autrici sottolineano la necessità di una presa di coscienza collettiva da parte delle donne per partecipare attivamente al discorso pubblico e contribuire a una trasformazione economica più equa e sostenibile.
“Signora economia” rappresenta una guida accessibile e ricca di dati che invita a ripensare l’economia da una prospettiva femminista, proponendo un modello al servizio delle persone e non viceversa.
A tratti mi è sembrato troppo ottimista circa il fatto che l’affermarsi dell’uguaglianza determini, ipso facto, un mondo migliore, ma ciò ovviamente non toglie la giustezza dell’analisi e della proposta. Per questo spero di aver suscitato curiosità e stimolato la voglia di leggerlo. Così, come sempre, spero che vogliate cogliere questo spunto per condividere nei commenti vostre osservazioni, esperienze e opinioni.
Personalmente, in conclusione, faccio mio l’invito che le autrici fanno alle donne pensando che, così come la lettura del libro, possa valere universalmente e non solo per le donne:
Se cominciamo a ragionare collettivamente, invece, possiamo ritrovare una direzione, un’unità d’intenti che ci faccia ritrovare la passione per il futuro e la voglia di (ri)costruirlo, contrastando quella tendenza all’individualismo che ha caratterizzato la nostra società negli ultimi decenni.
ivi pag. 137
Note
(1) Secondo i dati Eurostat, il gender pay gap (ovvero la differenza percentuale tra la retribuzione oraria media degli uomini e quella delle donne) è pari al 12,7% nell’Ue […]. Nel nostro paese il gender pay gap complessivo (4,3%) è piuttosto basso […], ma non è una notizia così buona… (ivi pag. 51).